Dodici apostoli-contadini celebrano il mistero della terra e dello spirito. L’esposizione è curata da Carla Travieso e organizzata dalle Officine Artistiche Vesuviane. Ieri il maestro Enzo Avitabile ha omaggiato la potenza espressiva delle opere esposte.
Di Marco Visconti
Nel cuore della VI Municipalità di Napoli, presso la parrocchia di San Giovanni Battista (Corso San Giovanni a Teduccio), c’è una mostra che scava nelle radici profonde dell’essere umano. L’esposizione, intitolata “Sacro Pane”, è curata da Carla Travierso e organizzata dalle Officine Artistiche Vesuviane. Un evento che ha saputo richiamare l’attenzione di grandi nomi della cultura, come il maestro Enzo Avitabile, giunto ieri a omaggiare la potenza espressiva delle opere esposte.

“E furono pietre lanciate nell’aria per scacciare le bestie, e poi muri per ripararsi, e sempre con le mani a scavare…”. I versi di Mario Ciaramella (Luzzano, 1956), facente parte di una sua opera, accompagnano caldamente l’intera mostra d’arte. L’artista, allievo di Mimmo Paladino e formatosi sotto lo sguardo di Augusto Perez all’Accademia di Napoli, porta in questa esposizione tutta la polvere e la dignità della sua terra sannita. Il suo leitmotiv si configura come una vera e propria lotta per l’esistenza: in un mondo dove la natura sa essere ostile, ogni spiga rubata al sole diventa un atto di resistenza scultorea, un frammento di quel “Sacro Pane” che dà il titolo alla mostra.

In questo spazio sacro, si susseguono 12 sculture anonime: dodici contadini, testimoni arcaici rinvenuti agli albori della storia, eroi quotidiani. Al centro di questo consesso di “apostoli” non vi è una figura antropomorfa, ma il grano stesso: una forma concettuale del Cristo che germoglia sulla materia. Ogni figura, attraverso una gestualità densa e terrena, richiama la drammaticità dell’Ultima Cena, trasfigurando i volti dei lavoratori della terra sannitica in icone universali. Abbiamo incontrato l’artista per approfondire la genesi di questo progetto.

Quando nasce il bisogno di realizzare queste opere d’arte che hanno il sapore della sacralità?
«Nasce dalla lettura di personaggi che ho conosciuto, che appartengono al mio vissuto, alla mia terra. Sono figlio di contadini, ho vissuto nell’ambiente e ho conosciuto la loro sacralità. Mi sono permesso di trasferire quelle figure nell’ambito di questa rappresentazione così importante che è quella dell’Ultima Cena. Sono diventati apostoli per la loro necessità, per la loro terra, per la loro cultura».

Come sono fatti questi apostoli?
«Gli apostoli, dal punto di vista tecnico, sono stati modellati con argilla e poi cotti. Parliamo dunque di terracotta. Invece di smaltare, perché lo smalto dà un effetto brillante e fa perdere quella ruvidezza tipica dei personaggi, ho preferito colorarli con terre, per poi applicarvi una cera di finitura. Il Cristo, come concetto, è realizzato sempre in terracotta con smalto rosso; questo seme, che emana la brillantezza dell’oro, è realizzato con foglia di lamina di ottone».
Perché Gesù non è stato rappresentato?
«Quando Gesù dice “prendete e mangiate”, si sostituisce come figura e si trasferisce negli elementi. Ho rimosso la figura fisica — della quale, in fondo, non conosciamo le vere fattezze — per andare alla sostanza del messaggio che Lui vuole dare in quella Cena: il corpo, il pane e il vino».

Da qui il titolo della mostra, “Sacro Pane”?
«È riferito sia alla figura del Cristo, sia alla figura del pane conquistato dai contadini in territori inagibili. Eppure, ci sono riusciti, proprio come Cristo è riuscito a far diventare apostoli dodici pescatori».
Lei vede il sacro nelle attività di vita umile innestate nel paesaggio.
«Se un aspetto di religiosità non è nella vita, è solamente una pratica teorica e non ha senso».

Il seme che rappresenta concettualmente Gesù rimanda a una dimensione polisemantica: ci si può scorgere il Sacro Cuore, una fiamma, il grano che germoglia.
«Sì, può avere più significati. È il seme ma anche una goccia di sangue; ci riporta al cuore delle cose. In questa stampa, in primo piano, c’è questo elemento: un ramoscello di ulivo. Rappresenta l’oro degli ulivi, dove avviene il percorso iniziale della morte di Cristo durante la predicazione nell’orto, ma diventa anche elemento di pace. Può sembrare banale ma, nella sua semplicità, vi sono tutti gli elementi di questo mondo arcaico che si confronta con l’elemento vitale di Cristo, ma anche con quello drammatico della morte. Immagina lo spavento degli apostoli quando non lo hanno più avuto tra loro, prima di ritrovare il coraggio e intraprendere ognuno la propria strada. In questa chiesa, ognuno ha preso una sua strada».
Nell’allestimento di questi apostoli, ha seguito un senso logico o un ordine particolare?
«Non è un ordine gerarchico. Non sono definiti con il nome proprio degli apostoli, tranne Giuda, riconoscibile per il gesto di ritrosia: ha capito e si sta pentendo per ciò che ha fatto. Gli altri no, compiono gesti che facciamo anche noi».

Ha rappresentato questi apostoli con un linguaggio gestuale molto forte.
«Se si pensa ai classici quadri dove è rappresentata l’Ultima Cena, come la celebre opera di Leonardo, si nota che ognuno dialoga con l’altro; ognuno assume una gestualità come se volesse dire qualcosa a se stesso — nel caso di Giuda — o agli altri».
Dopo “Sacro Pane”, vedremo qualcos’altro del suo mondo?
«Sto lavorando sulle pietre che trovo intorno al mio studio, provenienti da quel territorio abbandonato dove le mura sono crollate. Sto dando una nuova forma, una nuova possibilità alle pietre. Il rapporto attuale è tra questa pietra che diventa albero, germoglio, bosco: una sorta di lavoro sulla natura».

