Seimila euro di carne consegnati a casa del Garante della privacy a Salerno: Sigfrido Ranucci attacca Pasquale Stanzione

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pasquale stanzione garante della privacy

Il caso che coinvolge i vertici dell’Autorità Garante per la Privacy continua a far discutere e ad alzare il livello dello scontro istituzionale. A rompere il silenzio, con parole durissime, è Sigfrido Ranucci, giornalista Rai e conduttore di Report, che in un’intervista concessa a La Stampa non usa mezzi termini:

«Se non ci sarà un blitz della politica – che non mi aspetto – non se ne andranno mai. Tu rinunceresti a 250 mila euro l’anno per poi doverti cercare un altro lavoro?».

Una frase che fotografa, secondo Ranucci, il vero nodo della vicenda: non solo le singole spese contestate, ma un sistema che rende i vertici dell’Autorità di fatto inamovibili.


Le spese contestate e il nodo dell’indipendenza

Nel mirino dell’inchiesta di Report finiscono episodi che, se confermati, assumono un forte valore simbolico. Ranucci cita spese ritenute improprie:

  • il presidente del Garante della Privacy Pasquale Stanzione, che avrebbe utilizzato fondi pubblici per oltre seimila euro in acquisti dal macellaio, con consegna della carne nella sua abitazione di Salerno;
  • la vicepresidente Ginevra Cerrina Feroni, accusata di aver pagato il conto del parrucchiere con risorse dell’Autorità.

Ma, secondo Ranucci, questi episodi rappresentano solo la superficie del problema.


“Il vero tema è il peculato politico”

Il punto più grave, per il conduttore di Report, è un altro:

«Non è questo il principale motivo per cui si dovrebbero dimettere. Il problema è quello che c’è dietro».

Ranucci fa riferimento in particolare alla posizione del componente Ghiglia, accusato di aver utilizzato impropriamente l’auto di servizio per recarsi presso la sede di Fratelli d’Italia, dove avrebbe incontrato Arianna Meloni.
Un episodio che, se confermato, rappresenterebbe – secondo il giornalista – la prova della non indipendenza dell’Autorità dalla politica.


Il silenzio del governo e l’accusa più pesante

Ranucci non risparmia critiche nemmeno all’esecutivo, sottolineando come il silenzio istituzionale rischi di trasformarsi in corresponsabilità:

«Chi è silente è complice. Il Garante è stato usato come braccio armato per colpire i giornalisti e la libertà di stampa».

Un’accusa che si intreccia con un altro nodo sensibile: alcune decisioni dell’Autorità, secondo Report, sarebbero politicamente orientate, come la sanzione inflitta alla Rai dopo un’inchiesta sul cosiddetto caso Sangiuliano.


“Si sentono intoccabili”

Il ritratto che emerge dalle parole di Ranucci è netto e allarmante:

«Si sentono intoccabili e impuniti. Si sono appropriati di un ente istituzionale, trasformandolo in un braccio armato della politica e sperperando denaro pubblico».

Una miscela, secondo il giornalista, di incapacità gestionale, assenza di imparzialità e sudditanza politica, che rischia di minare la credibilità stessa di un’Autorità chiamata a garantire diritti fondamentali come la privacy e la libertà di informazione.


Una vicenda destinata a pesare

L’inchiesta solleva interrogativi che vanno oltre i singoli nomi:

  • quanto sono realmente indipendenti le autorità di garanzia?
  • chi controlla i controllori?
  • e soprattutto, può esistere libertà di stampa se chi vigila sui dati personali viene percepito come strumento politico?

Domande che restano aperte e che, come spesso accade con le inchieste di Report, promettono di continuare a far discutere a lungo.