A più di quattro anni dalla tragedia che vide la devastazione del sito archeologico di Palmira, e la barbara uccisione del suo direttore, l’archeologo Khaled al Asaad, lentamente, la Siria della cultura comincia a rialzare la testa. La scorsa settimana, racconta alla Borsa del turismo archeologico di Paestum l’archeologo Paolo Matthiae, ha riaperto le porte, rinnovato e modernizzato, lo splendido museo di Aleppo, “forse il più importante del Paese, almeno per le opere del periodo pre-classico”.
E tra gli operatori, gli studenti, persino la gente più semplice, sottolinea commosso lo scopritore di Ebla, “si percepisce un entusiasmo che emoziona”. Non è ancora così, purtroppo, nella Palmira di Khaled al Asaad, dove il parco archeologico per il quale il grande direttore sacrificò la vita porta i segni feroci delle mutilazioni inferte dall’Isis. Anche lì però, anche a Palmira, fa notare Mohamad Saleh, ultimo direttore dell’Ufficio del Turismo, qualcosa si muove: “Trecento famiglie sono tornate in città, è stata riallacciata l’acqua, ripristinata l’elettricità, sono state aperte due scuole e anche qualche negozio”.
La vita tenta, lentamente di tornare alla normalità anche se il parco archeologico rimane sfregiato (“Ci sono tornato una sola volta- dice Saleh- terribile vederlo senza il grande tempio di Bahl”) e anche se è impossibile dimenticare. Anzi,”Non si deve” avverte commosso Mounir Bouchenaki, archeologo algerino, per tanti anni presidente dell commissione Unesco e poi dell’Iccr: “Non si deve dimenticare la distruzione di Palmira così come non si deve dimenticare l’attacco al Museo del Bardo, che furono strage di persone e di monumenti ma anche di tanti operatori della cultura”.
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