Nella vita esiste il bianco e il nero. In realtà esisterebbero, anzi esistono, anche le zone grigie, dove spesso si insidia il male, minuscolo per la camorra (altrimenti con la maiuscola si esaltano). Ed è proprio sul grigio che nei nostri tempi moderni bisogna lavorare. Il grigio del silenzio, dell’indifferenza, del far finta di niente, del candidare persone non limpide, nell’incontrare e quasi giustificare persone che sappiamo vicine o colluse con il male, al giustificare qualsiasi strana allenza pur di raggiungere un fine. Anche questo ci insegna Vito Faenza, giornalista di nera e non solo dal corso lunghissimo, dai tempi dell’Unità fino a quelli del Corriere del Mezzogiorno. Nel racconto “Il ragno e la farfalla”, descrive gli ultimi giorni di un vecchio camorrista, desideroso di confessare e di giustificare, di ideologizzare il male che ha fatto cancellandone magari la stessa definizione di male. Faenza, che in passato per lavoro ha fatalmente incontrato personaggi così, questi ultimi giorni li descrive da scrittore, con l’interesse per l’uomo-criminale che in letteratura esiste fin dai tempi di Balzac, ma li condanna da militante-giornalista-impegnato ancora, malgrado i 70 anni e la voglia di concentrarsi sull’adorata pallavolo come faceva ai tempi della Virtus Aversa, squadra della sua città di vita, non quella di nascita, che resta Nocera Inferiore (all’epoca il padre presiedeva il consorzio agrario). Il camorrista può avere, come nel suo racconto, ancora un risvolto umano, ad esempio sistemare prima di morire la nipote, ma camorrista rimane. Nel libro ci sono riferimenti a persone realmente esistite, tipo quel La Marca di Ottaviano che da camorrista diventò imprenditore e sfiorò l’elezione in Parlamento col Psdi. Ottimi gli interventi di Isaia Sales e Antonio Manzo. Sales, da studioso e scrittore in materia, ha ricordato come il tratto pregnante del camorrista sia proprio l’ideologizzare il male che compie, di affiliare. La Camorra moderna non affilia più, ha preso lo stile gangsteristico, niente a che vedere coi vecchi riti, che si ispiravano a massoneria e carbonari, che c’erano ai tempi di Bardellino e del primo Cutolo, roba che invece ancora si ritrova in mafia e n’drangheta, oppure nel giuramento dei mafiosi russi (traduzione: questo è un bravo ragazzo, può essere dei nostri). La successione, altro passaggio di Sales, avviene attraverso la meritocrazia, ovvero il comando passa al più feroce quando muore o va in galera il capo precedente, chi vuole trasmettere il comando per via dinastica va incontro a guerre cruente (esempio Di Lauro a Napoli). Il giornalista Antonio Manzo ha citato un episodio personale, capitato nella sua Eboli: un vecchio camorrista, scontati con agevolazioni i debiti con la giustizia, lo incontrò chiedendo di scrivere un libro sulla sua vita e sulle sue imprese. Da “romanzo” l’incontro al baretto sulla 167, col camorrista in pensione che nel giorno dei Santi Cosma e Damiano, il 26 settembre gli dice: “Da qui sono partito e ora qui mi ritrovi”. Manzo, che alla fine non accettò, ha calcato l’intervento sulla necessità di chiedersi ai giorni nostri come mai la camorra non spara più e che livello di penetrazione ha raggiunto, proprio non sparando in più, nel tessuto economico-finanziario-imprenditoriale. Sempre Manzo ha ricordato, a proposito di voglia di raccontarsi dei boss, i 25 colloqui investigativi avuti a Salerno da Cutolo col giudice Greco: rivelavano, partendo dal caso Cirillo, qualcosa che scottava troppo, al punto di indurre allo stop i servizi segreti deviati. Faenza ha invitato alla speranza, a dare ai giovani la possibilità di scegliere, di non dimenticare realtà come Casal di Principe e Villa di Briano, di non rinunciare mai alla battaglia. Applausi a tutti, cominciando dalla collega Barbato Ricci, che ha ideato la parte letteraria del Natale in sinergia con l’amministrazione e Giovani d’Oggi.

