La storia d’Italia è una o molteplice? Come è stata studiata e raccontata la complessa storia d’Italia, dall’età moderna a quella contemporanea, da grandi storici come Volpe, Croce, Chabod, attraverso i concetti di Stato e nazione, unità e disunità? Prima di rispondere e di spegare, Aurelio Musi, professore universitario-scrittore-giornalista, intelligenza fine e voce alta, originario dell’irpina Castelfranci, si consegna all’attuaità, presentando il libro suo ” Storie d’Italia”, dicendo: “La nostra identità è fatta di ricchezze diverse ma che vanno ancora e sempre tenute assieme, non divise o messe in conflitto. Non mi piace parlare di identità, si va incontro a simboli diversi dalla storia, che ne so al cibo oppure alla moda. Identità presuppone subito alterità. Ma se proprio dobbiamo parlare di identità italiana, il periodo storico più ricco di pagine, ne sono state scritte decine di migliaia, è quello che va dal 1921 al 1943. Quasi un paradosso pensando ad una nazione all’epoca ancora giovane ma già capace di caratterizzarsi nei confronti dell’Europa e del mondo intero”. E fa riflettere un altro passaggio modernissimo: “Per cambiare le cose non basteranno mutamenti politici o sociali, nel nostro Paese occorrerà un vero mutamento antopologico, questo la dice lunga sulla portata di quel che stiamo attraversando”. La costruzione storiografica dell’Italia è un problema controverso e di lunga durata: la nostra storia, su cui ci si è interrogati fin da Umanesimo e Rinascimento, è quella di una struttura plurisecolare fatta di un insieme di piccoli Stati unificati solo nel 1861. Le diverse interpretazioni della storia italiana mettono in evidenza soprattutto due elementi: la dipendenza dai contesti e dallo spirito del tempo in cui quelle interpretazioni hanno visto luce e la maggior vivacità del dibattito nelle congiunture di crisi. Non a caso il periodo fascista, con cui il libro si apre, può considerarsi l’epoca più vivace della nostra storiografia del Novecento, che vede tra i suoi protagonisti Gioacchino Volpe, Benedetto Croce, Arrigo Solmi, Luigi Salvatorelli. Il dualismo tra le visioni di Volpe (visione finalistica della storia italiana, in cammino per arrivare al culmine del suo amato fascismo, per lui la nazione, anche se non nel significato politico, inizia ad elaborarsi intorno all’anno 1000 con i longobardi) e quella di Croce (la nazione italiana nasce quando ci sono atti politici a determinarla, quindi a partire dalla seconda metà dell’ottocento). A seguire: la crisi del 1943, il dopoguerra, la pubblicazione degli scritti di Antonio Gramsci, le storie di Giorgio Candeloro e Giuliano Procacci, quelle degli editori Einaudi, Teti e Utet (da decenni non si pubblica più una storia d’Italia, secondo Musi per il semplice fatto che l’Italia è considerata ormai provincia nel contesto di una storia globale). L’opera, evidenziando continuità e cesure nella pluralità di visioni, ricostruisce la memoria e l’identità della nazione nell’intreccio tra biografia intellettuale degli autori e vicende di alcune delle imprese editoriali più importanti della cultura italiana. Una visione, quella di Musi, libera e laica, che riconosce anche al fascismo la valenza culturale: da Mondadori che pubblicò Topolino, i gialli ma anche una storia d’Italia illustrata con autori almeno a-fascisti, fino alle idee rivoluzionarie di Gentile per quei tempi e contesti. Il finale è adesione completa al Galasso-pensiero: “Italia, una e divisa. Più italie, più Italia.

