Letti per voi: “L’ignoranza dei numeri” di Francesco Paolo Oreste

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Leggere un libro scritto da un campano, vissuto in quella che si potrebbe definire un’espansione dell’utero della grande madre Napoli, che affronta i drammi di un territorio offeso più e più volte, è sempre una possibilità capace di sprigionare emozioni forti.

È possibile cadere nella retorica o nella più cupa desolazione.

“L’ignoranza dei numeri – Storia di molti delitti e di poche pene”, romanzo di Francesco Paolo Oreste edito da Baldini+Castoldi, racconta di morti ammazzati, di sfregi a una terra che cerca di sopravvivere all’arroganza del profitto di figure spregiudicate, di disillusioni continue, ma racchiude anche in sé il patto di sangue che l’autore ha stabilito con i luoghi.

I patti di sangue sono legami indissolubili che spesso sanciscono accordi malsani, Oreste, si percepisce nettamente, ha inciso nel DNA i segni di un’intesa con il territorio che solo l’amore può spiegare.

E grazie a quel sentimento che, nelle pieghe di un quotidiano difficile e spesso inaccettabile, persino incomprensibile agli occhi di uno straniero, aleggia il vento della leggerezza, quella che non cancella i peccati, ma permette di affrontarli con il piglio dell’ostinazione, quella che si riallaccia alla promessa che anima chi vorrebbe cambiare le cose.

Romeo Giulietti, l’ispettore di polizia alle prese con la morte di Tatore, soprannominato per la scarsa avvenenza fisica Scarrafone, incarna alla perfezione l’uomo di giustizia che tutti vorrebbero incontrare: ligio alle regole e dotato di un’umanità ormai inconsueta.

Giulietti, alias Oreste, è un uomo alla ricerca di un equilibrio in un contesto nel quale legge e giustizia non sempre coincidono; è un uomo romantico e appassionato che cerca e trova, risposte negli autori che ama.

I sognatori, secondo alcuni, sono solo quelli che dispongono di un pretesto per mettere la testa nella sabbia, e illudersi che la realtà sia diversa da quella che la cronaca presenta, per altri sognare diventa la capacità di vedere oltre quella coltre di disperazione nella quale è facile essere risucchiati.

Il libro di Oreste riesce a trasformare la delusione in passione, il reale in un obiettivo da modificare, in una Napoli che, come Erri De Luca indica nella prefazione, è contemporaneamente pianta del bene e del male come l’albero della conoscenza descritto nell’Antico Testamento, e dove la competenza per capire e vivere non si attende, ma si scippa nel miscuglio di elementi che continuamente si contrappongono.