Pagani tra vuoti di cassa, l’ombra dei tecnici e i commissariamenti.
di Marco Visconti
Era il 1993, un altro commissariamento, le penne dei cronisti pungevano la carta, ne parlarono diffusamente giornalisti attenti come Maurizio D’Elia, Aurora Torre e Lucia Serino, quest’ultima espresse in un suo articolo di giornale quanto segue: “Come nell’88, nel 91. La storia si ripete“. Evitando di ricorrere pedissequamente ai corsi e ricorsi storici di stampo vichiano, la storia stessa insegna in realtà che due o più fenomeni non si ripetono mai in modo identico, ma che tra di essi possono riscontrarsi evidenti e profonde verosimiglianze. Facciamo riferimento, in questo caso, ai due commissariamenti: quello del marzo 1993 e quello dell’aprile 2026.

Vi invito a fare un ulteriore passo indietro, nel mese di dicembre, data questa sottolineata proprio dall’onorevole Gerardo De Prisco. In questo periodo il clima si presentava decisamente incandescente all’interno del Centro Sociale di Pagani, sede straordinaria delle sedute del Consiglio Comunale. Qui, il missino e consigliere segretario del consiglio regionale on. Gerardo De Prisco – papà dell’ ex sindaco Raffaele Maria De Prisco – aprì le danze riflettendo approfonditamente sullo stato di salute e sulla tenuta della maggioranza dell’epoca. Nel dibattito si confrontarono nomi della politica locale e nazionale: tra questi ricordiamo l’allora autorevole consigliere d’area laico-progressista Isaia Sales, il capogruppo consiliare della Democrazia Cristiana Gaetano Califano, il portavoce in aula di Rifondazione Comunista Carlo Tortora e figure attive dell’assemblea cittadina come il consigliere Angelo Grillo.
L’allora sindaco Antonio Donato, nel corso della seduta, avvertiva un clima pesante, sentendosi di vivere la stessa solitudine politica al pari del compianto sindaco avv.Marcello Torre, proprio in coincidenza con il ricorrere della memoria di quel drammatico mese di dicembre in cui si consumò la tragedia del suo assassinio. Qualcosa emerse nitidamente dalle dichiarazioni e dalle informazioni scambiate tra i politici in merito alla politica e al bilancio comunale: uno strumento contabile faticosamente ripristinato dallo stesso Donato, ma sul quale pesavano “nomi velati” e non detti che, come riferito criticamente da Califano, continuavano a “uscire e non uscire” nel gioco delle parti e delle contrapposizioni politiche. Alcuni consiglieri per uscire da questa situazione di stasi, proponevano di creare un’unica grande lista politica, dove tutti i partecipanti fossero uniti e attraverso la quale rappresentare solidamente la città. Idee queste ovviamente sfumate.

Nel successivo mese di marzo del 1993, tuttavia, arrivò la vera e propria tegola sulla testa dell’amministrazione comunale: il decreto di commissariamento. Il motivo del provvedimento? Le pesanti ombre gettate sull’appalto delle pubbliche affissioni, attribuito alla Sicap; la gestione del servizio di trasporto destinato ai disabili; l’apertura di un ipermercato e la realizzazione di un intero complesso edilizio inficiato da abusi e difformità. Nel dispositivo del Ministro dell’Interno si parlò inoltre, in modo esplicito, di una diffusa “inerzia dell’ufficio tecnico e della commissione edilizia“, vicende nelle quali, a vario titolo, risultavano presenti le figure del capo dell’ufficio tecnico di Scafati e del capo dell’ufficio tecnico di Pagani.

Il bilancio, infatti, resta al centro dell’osservazione e del parallelismo con l’attualità. I due ex sindaci: Antonio Donato ieri e Raffaele Maria De Prisco oggi, si sono ritrovati ad affrontare la medesima, drammatica sfida strutturale: gestire e fronteggiare pesanti e profondi vuoti di cassa. Anche la parentesi commissariale offre un’analogia evidente. In ambedue i casi, la destituzione e il blocco dell’attività democratica non sono avvenuti per un’implicazione diretta dell’organo strettamente politico, bensì a causa del coinvolgimento della macchina amministrativa e burocratica: la parte tecnica, incarnata in entrambe le vicende dalle figure dei funzionari e dei capi ufficio,e poi vediamo il protagonismo delle ditte appaltatrici.

Sullo sfondo non manca l’idea del complotto o della penalizzazione strategica. All’epoca, trattandosi di un’amministrazione dichiaratamente laica e di sinistra, si diffuse l’opinione che l’allora Ministro dell’Interno Nicola Mancino avesse attuato una sorta di azione di rivalsa istituzionale nei riguardi dello schieramento progressista. Voci e dicerie attuali parlano in modo analogo di presunte azioni di rivalsa orchestrate dai banchi della destra, per il tramite di alte intermediazioni politiche, nei riguardi di una potenziale coalizione di sinistra o civica unita. La vera divergenza, invece, tra le due epoche risiede però nella compattezza della classe politica. Allora, gran parte della rappresentanza consiliare – inclusi ampi settori dell’opposizione – si dimostrò generalmente unita nel pretendere risposte e nel richiedere maggiori informazioni per comprendere direttamente dal Ministero dell’Interno le reali ragioni del commissariamento. Emblematico rimase il fitto e serrato botta e risposta tra l’onorevole Gerardo De Prisco e il ministro Mancino, in cui il parlamentare missino prese nettamente e pubblicamente le difese della sua Pagani, nonostante la città fosse amministrata da una forza politica a lui opposta.
