di Luigi Ciamburro
Adesso la gente è stanca, di aspettare, di dare fiducia, di credere nella politica e nelle istituzioni. Quando la disperazione incalza non resta altro da fare che urlare, alzare la voce, scendere in piazza. Per gli abitanti di Angri, Scafati e Pompei che costeggiano il canale San Tommaso è il giorno della marcia pacifica, sarà solo l’inizio di una lunga battaglia, in attesa di sapere se i tanto attesi lavori del Sub collettore 1 riprenderanno entro la fine di agosto, come promesso da Arcadis, dopo essere stati interrotti nel 2010 per il solito cancro italiano: infiltrazioni camorristiche.
“Ci aspettiamo tante adesioni alla marcia, anche perché molte persone sposano la nostra protesta in quanto l’ aria, soprattutto in questo periodo, diventa irrespirabile – spiega Umberto Acanfora, portavoce del comitato ‘Cappella e oltre’ -. Per quanto riguarda i famigerati lavori dei collettori, non ci crediamo più in quanto ci erano stati promessi giá per l’ inizio della primavera ma siamo quasi a luglio e si parla ancora di validazione del progetto. Ci sentiamo presi in giro e quindi poco fiduciosi… Arcadis per noi è solo il capro espiatorio, la politica ha pesanti colpe e non parlo solo di quella locale”.
E’ finito il tempo delle speranze e delle false promesse, con l’arrivo del caldo l’aria diventa pestifera, irrespirabile, la gente deve ricorrere agli antistaminici, barricarsi in casa o allontanarsi con i propri piccoli, soprattutto nelle ore serali, quando alcune industrie della zona ne approfittano per scaricare i residui delle lavorazioni senza essere notati. Eppure i nomi delle aziende sospettate si conoscono, sono raccolte in un lembo di territorio di pochissimi chilometri, potrebbero essere monitorate e sanzionate, ma nulla. Il San Tommaso sembra un problema dimenticato persino dal Cielo. A poca distanza dal fiume della morte “si contano almeno una quindicina di persone malate di neoplasie, senza contare quelle che hanno perso la vita o salve per puro miracolo”, sottolinea Gennaro Malafronte, presidente del comitato ” Per la salute dei cittadini” di Mariconda.
Cosa resta da fare dopo decenni di disastro ambientale e sanitario? “Oltre quello che già abbiamo fatto cioè diffide al Consorzio di Bonifica, al NOE, alla Regione Campania e all’ASL, bisogna continuare a combattere, quindi diffidare e denunciare questo loro comportamento alle autorità competenti. Perché non è possibile costringere le persone a vivere in uno stato di degrado ambientale in cui versa la nostra contrada e zone limitrofe”. A prendere la parola è Raffaella Cavallaro, attivista del ‘Comitato Cappella e oltre’ e avvocato che gestisce le pratiche legislative e burocratiche. “Ormai tutti sono stanchi, perché è diventata una situazione insostenibile. Oltre le vie legali, che le proveremo tutte, contro tutte le istituzioni ed enti responsabili, quello che è importante è l’unione di tutti i cittadini, perché tutti abbiamo un fine comune, anzi un interesse: salvaguardare la vita dei nostri figli, nipoti e la nostra”.
La stragrande maggioranza di queste persone continua a vivere in questa fascia di terra avvelenata, senza mai piegare la testa, né hanno mai pensato di lasciare le loro case per trasferirsi altrove. Il legame con la propria terra è un cordone ombelicale indissolubile, fa parte del nostro Dna. “Non abbiamo mai pensato di lasciare le nostre case – prosegue l’avvocato Raffaella Cavallaro -. Perché queste pietre, mattoni, muri sono il sacrificio e il sudore dei nostri genitori, che nella vita hanno lavorato duramente, per lasciare delle proprietà a noi figli.. finché avremo la forza lotteremo sempre”.
Alla marcia ci saranno il comitato Cappella e oltre, il Comitato via Molinella, il Comitato di Messigno, il Comitato di Mariconda e tanta gente comune. Prenderà il via alle 19:30 con partenza da Piazzetta Santa Maria delle Vergini a Contrada Cappella, per protestare non solo contro il canale San Tommaso. A rendere invivibile la zona contribuiscono anche il sito di stoccaggio della Helios, dove ogni giorno arrivano decine di camion pieni di spazzatura, e un ripetitore telefonico a ridosso delle abitazioni.
“Sono fiera di far parte di quelle persone che non accettano e che decidono di dimostrare il proprio disagio in una zona che oramai è destinata a peggiorare – racconta Maria Luisa Scafarti che abita a poca distanza dal sito di stoccaggio -. Credo nello sviluppo. Ma credo anche nel rispetto del piano urbanistico. Premetto che il sito di stoccaggio è un bene che esista, ma non in questa zona dove si trovano parecchie abitazioni”. Adesso è finito il tempo delle parole, la marcia abbia inizio.

