È un giudizio negativo quello di Fedapi (Federazione Artigiani e Piccoli Imprenditori) sulla riforma dell’Irpef attualmente allo studio del Governo. Nel mirino, in particolare, vi è la disparità di trattamento fra dipendenti ed autonomi in materia di detrazioni per i
figli a carico. Un divario che, stando ai calcoli degli ultimi giorni, rischia di portare nelle tasche degli autonomi 400 euro in meno di sconti all’anno. Uno scenario da evitare secondo Fedapi, che andrebbe a penalizzare ancor di più le partite Iva: «Il figlio di un lavoratore autonomo – spiega il presidente nazionale di Fedapi, Pietro Vivone – vale meno del figlio di un dipendente. Può sembrare uno scherzo ma è la triste verità che scaturisce dalla legge
di bilancio 2020. Come se non bastassero i diritti negati alle donne con partita iva in caso di maternità, o l’assenza di assegni familiari per i titolari di reddito di impresa e finisco con la maggiore tassazione per l’imprenditore che dichiara lo stesso reddito del
“collega” dipendente». A criticare i due trattamenti distinti, a seconda che il genitore sia
un lavoratore dipendente oppure un autonomo, anche Antonio Procida,
responsabile del Centro Studi Fedapi: «La disparità di trattamento, che in certi casi può arrivare a superare i 400 euro annui, dipende da un fatto tecnico/burocratico: le detrazioni si calcolano sul reddito complessivo del contribuente, che per un dipendente è rappresentato dalla sua retribuzione al “netto” dei contributi previdenziali mentre per gli autonomi è rappresentato dal suo reddito al “lordo” dei contributi previdenziali.
Una differenza non da poco, che si aggiunge ad un ulteriore aggravio per gli autonomi, i quali devono infatti scontare anche un’aliquota più alta di contributi pensionistici; la percentuale ammonta al 25% per gli artigiani, professionisti e partite Iva e al 9% per i
dipendenti.Ci auguriamo una prontissima modifica di tale stortura fiscale».
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