Agguato al bar, a giudizio padre e figlio. La procura non crede alle loro versioni

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ANGRI. La procura di Nocera Inferiore ha chiesto il giudizio immediato per Giuseppe e Antonio Palo, padre e figlio, accusati del tentato omicidio lo scorso 27 luglio di Rosario Rega e Luigi Coppola. La decisione del sostituto Daria Mafalda Cioncada è significativa, in quanto la procura al momento non ritiene credibile la versione del 52enne Giuseppe Palo, che nell’interrogatorio con il gip Luigi Levita aveva scagionato il figlio da ogni responsabilità. Ai due viene contestata la detenzione illegale dell’arma, una pistola Tanfoglio calibro 9×21 che lo stesso Palo aveva contribuito a far trovare ai carabinieri, nei pressi di un deposito di autoricambi. Padre e figlio, difesi dagli avvocati Luigi Calabrese e Michele Avino, sono accusati anche di ricettazione: gli investigatori ritengono che l’arma fosse di provenienza illegale. Erano da poco trascorse le 15.30 di quel 23 luglio, in via Madonna delle Grazie, quando due persone a volto coperto e a bordo di una motocicletta, giunsero all’esterno del bar “Tutto dolce”. Uno dei due scese dal mezzo e cominciò a sparare verso Rosario Rega, che si trovava in compagnia dell’amico Luigi Coppola.

L’obiettivo era Rega, ma anche Coppola fu colpito accidentalmente. Giuseppe Palo avrebbe poi inseguito fin dentro il laboratorio del bar Rega, scaricandogli addosso diversi proiettili. La vittima, nascosta dietro un armadietto, se la cavò con diverse ferite. Il 24enne Antonio Palo fu arrestato poche ore dopo i fatti. Per i carabinieri era lui che guidava. Il padre, Giuseppe, si costituì dopo pochi giorni, raccontando la sua versione dei fatti a procura e gip. Rega – stando al racconto del 52enne – doveva pagarla per un’estorsione fatta ad un suo amico. Al centro della contesa un pezzo di ricambio, che ne Palo ne il suo amico avevano poi deciso di comprare. Da qui una serie di presunte ritorsioni messe in atto dallo stesso Rega, tra le quali l’incendio di un camion. Ai giudici, Palo “senior” spiegò che non aveva intenzione di ucciderlo, tanto da decidere di spararlo solo alle gambe. Poco prima dell’agguato, le parti si erano riviste, con il 52enne che al termine di un litigio avrebbe avuto la peggio. Poi l’agguato, al quale non avrebbe partecipato il figlio di Giuseppe, ma un albanese che lavorava saltuariamente con il commerciante di autoricambi. Padre e figlio hanno chiesto da tempo di essere scarcerati dal Riesame. Ma la procura non crede alla loro versione e, per ora, ha chiesto per entrambi il processo immediato.