“Ciro Esposito è stato vittima di un agguato premeditato in tutti i minimi particolari da Daniele De Santis, in concorso con un gruppo di altri ultras romanisti, al momento ancora senza identità”. Queste le motivazioni – contenute in 20 pagine – depositate dai giudici della terza Corte d’Assise del Tribunale di Roma, integrate nella sentenza che due mesi fa ha condannato Daniele De Santis a 26 anni di carcere per la morte del tifoso napoletano. La vicenda risale al 24 giugno 2014. Il giovane Esposito, proveniente da Scampia, venne gravemente ferito a seguito di un agguato a Tor di Quinto, dove si era recato per assistere alla finale di Coppa Italia tra Napoli-Fiorentina, in programma allo stadio Olimpico. Prima della morte, le sue sofferenze si protrassero per 53 giorni.
La dinamica dei fatti è stata ricostruita grazie alle dichiarazioni di Domenico Pinto, testimone oculare nonchè cugino della vittima. Il teste racconta che il 3 maggio 2014 giunti nella Capitale, dopo aver parcheggiato le auto in via Tor di Quinto, nei pressi dell’Olimpico, udirono delle urla provenienti da alcuni pullman fermi sulla carreggiata opposta. Diretti lì per capire cosa stesse accadendo, incontrarono “Gastone” che, per provocarli, li incitava a dirigersi verso di lui. Tra Esposito ed il tifoso giallorosso ci fu una breve colluttazione e Ciro dopo averlo colpito con un pugno provò a fuggire, ma De Santis estratta la pistola lo colpì alle spalle con diversi colpi. Dalle motivazioni dei giudici si apprende che ci fu una corresponsabilità anche dei tifosi azzurri nell’animare la rissa, conclusasi poi tragicamente. Insieme a De Santis, furono processati anche due tifosi partenopei: Gennaro Fioretti ed Alfonso Esposito. Entrambi condannati per lesioni ad otto mesi con pena sospesa. “La tragica vicenda di cui si è occupata il processo – dicono i giudici – rappresenta un unicum finora inaudito. In altri episodi mai si era fatto uso di armi, giungendo al massimo al coltello. Ed è inconfutabile che l’intensità del dolo dimostrato da De Santis fino a lambire le forme della premeditazione sia massima”. Dalle indagini emerge, infatti, che “Gastone” aveva portato con sè bombe carta ed anche una pistola carica e con il colpo in canna: lo sviluppo dell’agguato era tale da far supporre a De Santis che si sarebbe senz’altro verificata una situazione in cui avrebbe dovuto sparare. Le motivazioni del verdetto finale si basano su un’accurata analisi dei fatti ed un’intensa attività investigativa che va dalle testimonianze oculari, incluso un video registrato col cellulare da un tifoso napoletano, fino alle perizie balistiche che evidenziarono precise responsabilità di “Gastone”.
Roberta Montanaro

