«Vendevamo droga a chiunque, tra Nocera e Pagani. Anche al clan Fezza». E’ iniziata così la deposizione di Alfonso Greco, figlio di “O’ zombie”, collaboratore di giustizia chiamato a raccontare dei rapporti con i D’Auria e a delinearne i ruoli per il processo “Taurania Revenge”. Un’ora di esame del pm Vincenzo Montemurro, poi è toccato agli avvocati difensori con le domande legate alle posizioni dei propri assistiti. Molte delle circostanze raccontate da Greco in aula erano già note dai verbali, con l’unica eccezione per un tentativo di estorsione che l’allora clan Greco-Sorrentino avrebbe tentato proprio nei riguardi del clan di Pagani. «Quando mio padre (Vincenzo, ndr) era fuori, io e Michele Petrosino D’Auria, di cui ero compare di cresima, andammo in Spagna a comprare la droga. A Pagani comandavano loro, il clan Fezza – Petrosino D’Auria. Insieme a Michele, comprai due chili di cocaina e anche delle armi, dai Tamarisco di Torre. Tempo prima, mio padre vendette 100 chili di fumo ad Antonio Petrosino. Quando uno dei due non c’era, da me venivano Gino (Luigi, ndr) Fezza e Vincenzo Confessore. Ricordo che gli vendemmo – ha continuato Vincenzo Greco – un chilo di cocaina, ma fecero anche altri acquisti». A domanda specifica del pm, Greco ha poi ribadito: «A Pagani comandavano loro. Il gruppo era diretto da Antonio Petrosino D’Auria e Gino Fezza. Se non c’era uno dei due, comandava l’altro e viceversa»
Le cessioni di droga – stando alla testimonianza – sarebbero risultate essere “quindicinali” in quanto a frequenza. Ma spesso, i pagamenti non erano puntuali. A riguardo, Vincenzo Greco ha precisato che proprio su questo punto, aveva chiesto un incontro in un bar di Pagani ad Antonio Petrosino D’Auria, con l’intenzione di chiedergli quanto “i Fezza” fossero stati affidabili in tal senso. La richiesta scaturì dopo un problema legato proprio all’acquisto di una partita di droga, “in parte colmata con la cessione di un furgone da parte di Gino Fezza“.
Altra circostanza emersa durante il processo è la tentata estorsione che proprio i Greco-Sorrentino avrebbero fatto nei confronti del clan di Pagani. L’occasione fu l’ingresso, con consumazione, che un uomo vicino al clan della “Lamia” richiese al gruppo dei Greco in un locale a Sant’Egidio del Monte Albino. Territorio “gestito” proprio da questi ultimi. Quella richiesta non sarebbe stata gradita, tanto da spingere alcuni degli esponenti del clan di Sant’Egidio a chiedere il “pizzo” ai titolari del locale, la cui gestione sarebbe stata riconducibile tuttavia al boss Tommaso Fezza. La decisione del clan Greco Sorrentino di chiedere soldi ai loro “soci in affari”, non sarebbe stata altro che la conseguenza di una ipotetica “tassa” che i paganesi avrebbero messo sulle sigarette di contrabbando, “scaricate” proprio dagli uomini di Sant’Egidio del Monte Albino. L’episodio in se, non è stato tuttavia approfondito, a causa dei “non ricordo” di Vincenzo Greco. L’udienza del prossimo 21 luglio registrerà la testimonianza dei carabinieri della tenenza di Pagani, impegnati all’epoca nelle indagini. Nell’udienza di ieri mattina, era prevista anche la testimonianza di Gerardo Baselice, collaboratore di giustizia che risulta però irreperibile da mesi. Pare non sia più sottoposto al programma di protezione. L’impianto accusatorio del processo comprende infatti anche alcune delle sue dichiarazioni
Il processo “Taurania Revenge” è incentrato sul “sistema Pagani”, con la gestione del traffico di droga nelle mani del clan camorristico Fezza – Petrosino. La Dda inquadro Antonio Petrosino D’Auria a capo del sistema, con il controllo delle piazze di spaccio e l’aiuto materiale di Salvatore Pepe, ritenuto invece il riferimento del secondo gruppo che agiva dietro indicazione del clan. Il cosiddetto livello “sotterraneo”, ribattezzato anche gruppo “satellite”, con la vendita della droga gestita «in regime di imposto monopolio».

