«Ci hanno preso il carico». «Pensano che ci hanno affondato, ma non hanno capito, la nave è grossa, stai tranquillo. E’ talmente grossa che porta tanti passeggeri sopra, che Dio ne vuole il cuore». A parlare sono due uomini di Torre Annunziata, coinvolti nell’indagine. La conversazione intercettata viene ripresa per meglio evidenziare la “strafottenza” che contraddistingueva i coinvolti dell’inchiesta «Big Boat», la “Grande Barca”. Molto è cambiato rispetto ai precedenti filoni, «Every Vanish» e «Ghost Truck» . Il gruppo si è evoluto, non c’è solo il Nord Italia come meta per ottenere il trasporto di merce all’insaputa di imprenditori onesti, ma anche l’estero, con paesi come Francia e Spagna. Sono cambiati anche i protagonisti, le donne ad esempio. Inserite stavolta in ruoli chiave e di esclusività rispetto al passato. Una di queste è Elvira Iuliano, 52enne di Pagani finita in carcere. L’unica misura – scrive il gip Alfonso Scermino – che può tenere a freno il suo «profilo delinquenziale». Nota con l’alias di “Mozzarellina”, Iuliano è la «mente operativa» del gruppo. Opera sul web e mantiene i contatti con le ditte da frodare, ma non solo. Da lei, gli organizzatori raccolgono precise direttive, rispettandone ogni decisione. Con Vezzi, studia una nuova denominazione di impresa per allargare il giro delle truffe, ma allo stesso tempo si lamenta per lo scarso impegno dei complici che agivano nel napoletano.
C’è poi Rosa Palumbo, 54enne napoletana, intestataria di un’impresa che porta il suo nome. Quest’ultimo emerge durante i riscontri effettuati dai carabinieri, quando la stessa presta il suo assenso a divenire prestanome di una ditta di trasporti in cambio di denaro. E’ il momento in cui le aziende di trasporti non vengono solo truffate, ma anche create ad hoc. Un ruolo lo avrebbero ricoperto, seppur minore, anche Rosalba Auletta e Anna Di Donato. La prima, anch’ella intestataria fittizia agli ordini di Vezzi e la seconda, moglie del capo e “cassiera” della congrega. Per alcune di loro, la procura ha certificato la totale assenza di dichiarazione di redditi, con annesso “rischio” di vivere solo con i guadagni illeciti dell’organizzazione.
Tuttavia, le figure dominanti del «fenomeno criminale» erano loro, gli uomini, ben inseriti in quel micro-cosmo dell’illecito che mangiava dall’interno il settore dei trasporti su gomma. Gli uomini guidati dall’ispettore capo della polizia giudiziaria, Senise Califano, posizionano ai vertici dell’organizzazione Umberto Gaudagno, Gaetano Vezzi e Giovanni Sasso. La smania con la quale essi si muovevano «dava il senso di una scelta di vita stabile e radicata». I primi due dirigevano tutte le operazioni del gruppo: dal combinare gli incontri, al tenere i contatti con i sodali, pagare le “teste di legno”, costituire il parco macchine, curare la falsificazione delle targhe e richiamare i complici alla «fedeltà» ma soprattutto «all’omertà». Stesso discorso per Giovanni Sasso, il quale seppur subentrato in un secondo momento, viene piazzato tra gli «organizzatori», ricevendo dai sodali una «cieca obbedienza». L’inchiesta «Big Boat» non ancora conclusa, vede indagate ben 114 persone.

