Riceviamo e pubblichiamo nota stampa del Presidente dell’Opi Salerno (Ordine delle professioni Infermieristiche di Salerno) sui fatti accaduti all’ospedale di Eboli.
Ecco il testo:
Nel continuo divenire e avvicendamento dell’agire umano può accadere che prestigiosi riconoscimenti ed importanti risultati, conquistati ed ottenuti a costo di faticoso lavoro e rinunce, che talora sono veri e propri sacrifici, possono risultare vanificati dall’altrui agire. Si è tanto parlato in questo periodo di emergenza virus del l’impegno profuso dal personale sanitario tutto e a tutti i livelli, tanto da meritare la considerazione di nuovi eroi e poi, per la sconsideratezza di alcuni, si rischia che tutto possa diventare, in un momento, solo un piacevole ricordo.
Quello che è accaduto all’Ospedale di Eboli costituisce un esempio di come un episodio, increscioso, sintomatico degli effetti può scatenare nell’immaginario collettivo e nella vita di una comunità, con riguardo soprattutto all’organizzazione dei servizî a carattere assistenziale, educativo, sanitario, sociale e ricreativo e sui bisogni avvertiti dall’uomo in quanto essere che vive in società.
Tutte le strutture ospedaliere, pubbliche o private che siano, concretizzano quella che comunemente viene definita la “posizione di garanzia” nei confronti dell’utenza e/o in generale dei cittadini fruitori dell’attività di cura ed assistenza sanitaria nei quali, correlativamente, si viene a instaurare la “posizione di affidabilità” cioè il convincimento di poter ottenere, quando si reca in una struttura sanitaria, specie se è di pronto soccorso, tutto quanto necessario per la tutela della propria salute: un diritto che è tutelato dalla nostra Carta costituzione all’art. 32 che tutti abbiamo imparato a conoscere in questo tempo di crisi vissuto.
Tale posizione di affidamento del cittadino va sempre garantita solo con il limite che “ad impossibilia nemo tenetur” (nessuno è tenuto a far le cose impossibili) cioè nella impossibilità della scienza ad intervenire. Passando al caso specifico, non è neanche ipoteticamente pensabile che un cittadino che si presenta in un presidio sanitario per una qualsiasi emergenza venga invitato a “ripassare”, dopo due giorni, dopo aver ricevuto blande attenzione di cura ed assistenza, solo perché è giorno di festa e l’indomani è la ricorrenza della festa patronale.
Interviene, poi, nella vicenda un elemento di gravità ravvisato nell’assoluta inosservanza di procedure che regolamentano l’accesso alle cure nei presidi di pronto soccorso dove ogni decisione, tranne quello del triage, va adottata dalla figura del medico e non da nessun altro. Entrando nello specifico, l’istituto della reperibilità ha lo scopo di garantire l’intervento del sanitario ad essa sottoposta proprio in caso di necessità e nessun altro può al medesimo sostituirsi assumendo delle decisioni non rientranti nelle proprie competenze ancorché talora assunte al fine comunque di recare conforto ala sofferenza del paziente. Anche perché, al momento di individuare le responsabilità, incomincia lo scaricabarile ed alla fine le stesse ricadono sull’anello più debole della catena.
Senza ripercorrere cronologicamente quanto avvenuto al pronto soccorso del P.O. di Eboli, nella qualità di Presidente dell’Ordine delle professioni infermieristiche e quale componente della Federazione Nazionale, non posso non stigmatizzare che sono stati violati i più elementari principi che sottendono alle procedure di soccorso sia con riguardo al mancato intervento dello specialista reperibile sia perché spetta al medico di pronto soccorso qualsiasi decisione di invio al reparto del paziente; la diagnosi non spetta all’infermiere che interviene solo nel momento immediatamente successivo per la relativa assistenza. Qualsiasi altra considerazione impone un silenzio più loquace di qualsiasi altra parola.

