Castellammare, l’archeologo Umberto Pappalardo ci riporta Annibale

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Il professore stabiese di archeologia all’Università di Tunisi, Umberto Pappalardo, membro della scuola archeologica italiana di Cartagine, ci ha pregiati della traduzione di un articolo sul condottiero cartaginese Annibale. E’ un ricco lavoro storico corredato di immagini e testi di M’hamed Hassine Fantar, emerito all’Università di Tunisi, autore del lavoro e uno dei massimi esperti mondiali della civiltà punica. Al condottiero è dedicata una mostra che è un vero sacrario nella Sala  della Mahkama, che ospita il Museo Nazionale di Arte Militare a Tunisi. Sullo sfondo Roma e Cartagine eterne rivali per la supremazia nel Mediterraneo. La biografia di Annibale è alquanto enigmatica e ricca di eventi, tanto che gli antichi attinsero a più fonti per tracciarne un valido ritratto. Nacque nel 247 a. C. da Amilcare della famiglia dei Barcidi, una delle più grandi e potenti di Cartagine. Dell’infanzia di Annibale si tramanda che per volere del padre, all’età di nove anni, giurasse odio eterno ai Romani davanti al simulacro di Baal, episodio ripreso dal pittore torinese Claudio Francesco Beaumont nel XVIII secolo. Ebbe un’educazione di stampo ellenico, alquanto costosa e ambita dalle famiglie del tempo. E così “il figlio di Amilcare capì che, attraverso l’intelligenza e uno sforzo sostenuto e ben gestito, gli ostacoli scompaiono”.

Alla morte del padre, nel 228 a. C., subentrò Asdrubale, che presto fu ucciso da uno schiavo, lasciando a lui il potere. La prima guerra punica scoppiò nel 264 a.C. quando, in seguito al fallimento di Pirro, la città di Messina fu occupata da soldati mercenari campani, i Mamertini, seguaci del dio Marte. Questi, sconfitti da Gerone II, re dei Siracusani, chiesero aiuto prima ai Cartaginesi e poi ai Romani, che mossero guerra ai Siracusani, poiché stavano per allearsi con i Cartaginesi. La guerra si spostò in Africa, con una flotta di 300 navi per fronteggiare quella punica. Per l’occasione i Romani inventarono i corvi, blocchi di legno muniti di arpioni per agganciare le navi avversarie. Nel 260 a. C. Caio Duilio vinse a Milazzo, nel 256 a. C. Attilio Regolo vinse due battaglie in Africa. Poi la vittoria nel 241 a. C. con il proconsole Lutazio Catulo alle isole Egadi. Annibale  sposò Imilce, una principessa iberica, assicurandosi la fedeltà della regione di Castulo, odierna Linares, provenienza della principessa. Alcune regioni della Spagna non tardarono a rivolgersi a Roma per riavere la loro libertà. I Cartaginesi avevano già stipulato con Roma il trattato dell’Ebro nel 222 a. C., in cui si affermava che essi non potevano estendersi al di là del fiume, area di pertinenza romana. Roma strinse anche un foedus con la città di Sagunto a Sud del fiume. Questo bastò a creare il casus belli: la maggior parte della Spagna era nelle mani dei Cartaginesi con Sagunto alleata dei Romani ma nell’area d’azione punica. Annibale assalì la città di Sagunto ed ebbe inizio la seconda guerra punica. Ritorna quell’odio che da bambino giurò contro i Romani. Così dopo la conquista di Sagunto, si avviò verso l’Italia superando i Pirenei. Nel 218 a.C. valicò le Alpi attraverso il Monginevro con un forte esercito che vide finanche gli elefanti. Dopo 15 giorni di traversata, si trovò l’esercito romano sul Ticino. Sbaragliò le truppe e assediò Cremona e Piacenza. Scese al sud dove annientò l’esercito romano a Canne, nel 216 a. C. La forza di Annibale era nell’estro e nell’inventiva della tattica bellica, con cui sorprendeva il nemico sconfiggendolo. Lo stupore della sua strategia di guerra è ancora oggi oggetto di studio, un esempio su tutte la battaglia di Canne. Gli stessi Romani ebbero modo di studiare la tecnica a cuneo che i Cartaginesi adottarono in quella battaglia, che prevedeva l’arretramento della parte centrale dell’esercito facendo penetrare al suo interno quello romano, lasciandolo così alla spira mortale degli avversari. La guerra fu portata a Zama, in Africa, dove i Romani, avendo imparato la tecnica, sbaragliarono l’esercito cartaginese definitivamente. Il genio militare di Annibale impressionò i Romani e i posteri. La parabola del condottiero si concluse in Bitinia, dove andò in esilio e dove nel 183 a. C. si procurò la morte col veleno. Fu uomo d’azione e di mente, grande stratega e uomo politico. I Romani, dopo aver indebolito Cartagine, non contenti del risultato raggiunto, alimentarono nuove tensioni per condurre una terza guerra. Nasceva dalla teoria del metus hostili, sostenuta da Scipione Nasica, secondo la quale il timore di un nemico molto temuto tiene alta la tensione morale e politica di uno Stato, evitando così il suo decadimento. Il pretesto nacque quando i Cartaginesi inviarono 300 ostaggi e le armi ai Romani. Questi vollero poi che tutti gli abitanti abbandonassero la città. Davanti a questa richiesta, Cartagine dichiarò guerra, durata tre anni, dal 149 al 146 a. C., concludendosi con la sua distruzione. Annibale e Cartagine in un binomio indissolubile. “La storiografia contemporanea continua a prediligere l’aspetto militare, le battaglie, gli stratagemmi, divenendo essa stessa un riflesso delle antiche fonti”. Si attende di conoscere ancora l’uomo Annibale, in una biografia da scrivere. La traduzione dell’archeologo Pappalardo giunge in occasione della Mostra che s’intitola  “Carthago. Il  mito  immortale”,  la  prima  grande  esposizione  interamente dedicata alla storia di una città tra le più potenti e affascinanti del mondo antico, con ampio servizio sulla rivista Archeologia Viva. Curata da Alfonsina Russo, Francesca Guarneri, Paolo  Xella e José Ángel Zamora López, con Martina Almonte e Federica Rinaldi, la mostra-evento è promossa dal Parco archeologico del Colosseo a Roma, dove resterà fino al 29 marzo 2020.