“Libera di … vivere” è l’incipit che ha accompagnato l’incontro nell’Aula consiliare del Comune di Nocera Inferiore per parlare di violenza sulle donne.
Alla presenza del Sostituto commissario della Polizia di Stato Lina Pacelli, della psicologa e psicoterapeuta Carmela Falcone, della responsabile dello Sportello Donna del Comune Ottavia Locatelli, dell’assessore alle politiche giovanili e culturali Federica Fortino, la professoressa Evelina Diodato ha conversato con Barbara Bartolotti, protagonista di una storia di ordinaria violenza.
Barbara Bartolotti è una donna ferita nel corpo e nell’anima da un collega di lavoro insospettabile che ha tentato di sopprimerla perché non poteva averla come compagna di vita.
Un amore celato a tutti, quello del collega, che improvvisamente decide di agire colpendola prima con un martello in testa, poi accoltellandola al ventre e, come se non bastasse, di darle fuoco.
Barbara sopravvive anche se la creatura che porta in grembo non ce la fa a superare la brutalizzazione del corpo che la custodisce.
Si fa fatica a comprendere il gesto di un uomo che da collega si tramuta in orco e che all’inizio fa circolare la notizia, che alimenta il sospetto, di una qualche relazione tra lui e la vittima nel contesto in cui il delitto si perpetra.
Alla fine il patteggiamento del colpevole che confessa il crimine e la condanna a 4 anni del tribunale, appaiono a Barbara e ai suoi familiari incongrui rispetto alla gravità del fatto.
La sensazione di essere stati abbandonati è forte come la delusione, ma come se non bastasse la beffa è dietro l’angolo: il marito di Barbara è un poliziotto, un uomo che ha fatto della legge il suo punto di riferimento.
Barbara racconta della ripresa dopo il coma e dei 27 interventi subiti per riparare ai danni delle ustioni su circa il 70% del corpo, come di un periodo doloroso e molto difficile.
Nel frattempo ha perso il lavoro e risulta molto complicato trovarne un altro, perché l’immagine che i potenziali datori di lavoro si trovano a dover selezionare, non rispecchia i canoni estetici considerati vincenti.
La sorte del reo confesso è molto diversa, racconta Barbara, perché il lavoro lui non l’ha perso e si è anche sposato.
Barbara parla a raffica e cerca di trasmettere nell’ascoltatore il senso d’ingiustizia che la pervade; la rabbia è ancora tanta anche se la volontà di reagire è altrettanto forte.
Accompagnata dalla fede che non l’ha mai abbandonata, lascia trasparire la difficoltà ad accettare l’esito di una vicenda che le ha stravolto la vita.
Ora sente di avere una missione, quella di comunicare a quante più persone quello che le è capitato per testimoniare l’importanza di non mollare e di riprendersi in mano la propria vita.
Molte cose si potrebbero dire in merito alla vicenda, prime fra tutte l’importanza del consolidamento di un atteggiamento culturale che consideri di fatto la donna non un oggetto ma una persona degna di rispetto, per poi proseguire rimarcando l’utilità della presenza di una rete di assistenza territoriale che spinga le donne, vittime di qualsiasi abuso, a farvi ricorso.
L’amarezza prevale in chi ha ascoltato lo sfogo di una donna che è andata avanti nella propria vita combattendo, amando, curando la famiglia che nel frattempo è cresciuta, ma che continua a gridare aiuto.

