Esiste da sempre il mito dello sconfitto al primo turno che smentisce tutte le previsioni. Il candidato che lascia di sasso i più raffinati analisti politici e conquista l’inattesa vittoria per la disperazione del favorito. Ogni ballottaggio, naturalmente, fa storia a sé. Ma nel corso del tempo anche i ballottaggi sono cambiati. Nello scontro a due contano sempre meno le indicazioni di partito. Infatti negli ultimi anni l’apparentamento ha perso appeal. All’inizio della storia dei ballottaggi, subito dopo il varo della legge per l’elezione diretta dei sindaci, nel 1993, Torino conosce due clamorose remontade, tutte favorevoli a Valentino Castellani, candidato del centrosinistra. Nel ’93 Castellani vince contro Diego Novelli in uno scontro sinistra-sinistra che sarebbe rimasto sostanzialmente unico nella storia politica delle grandi città italiane. Lì il gioco fu relativamente semplice: Castellani arrivò per un soffio al secondo turno ma di fronte alla prospettiva di consegnare la città a una maggioranza fondata sui consiglieri di Rifondazione comunista, riuscì a coagulare su di sé il voto di tutti gli altri, dai liberali di Zanone agli ex comunisti del Pds. È una regola di fondo: spesso chi subisce la remontada ha consumato al primo turno tutte le sue cartucce e si trova senza colpi nello scontro decisivo. La prima regola è quella di considerare la partita del primo turno come se non esistesse. Nei tempi supplementari un incontro di calcio ricomincia da zero. Ma la seconda regola, che spiega sconfitte clamorose, è che al secondo turno non ci sono i voti di preferenza. È il cosiddetto «sgambetto della zia». Al primo turno delle elezioni locali i candidati sindaci che hanno molte liste a sostegno finiscono per usufruire indirettamente del voto degli amici e dei parenti di centinaia di candidati. Ma al secondo turno quell’effetto svanisce. Questo spiega, in parte, perché, tradizionalmente, al secondo turno l’affluenza si abbassi del 5-10 per cento. Il caso classico è quello di de Magistris a Napoli nel 2011». Al primo turno il candidato del Pdl, Lettieri, aveva ottenuto quasi 180mila voti grazie al «voto della zia». Ma al secondo turno, privo delle liste di appoggio, perse 40mila voti mentre l’avversario raddoppiò i suoi perché era più personaggio, più capace a imporsi sulla scena.Un’altra categoria tipica dei ballottaggi italiani è quella del tradimento. Anche se in gran parte chi ha votato per un candidato al primo turno lo fa anche al secondo, c’è chi al ballottaggio perde molti voti. Il caso di scuola è quello di Francesco Rutelli alle comunali di Roma del 2008: vinse il primo turno con quasi 760mila voti e perse il secondo con 676mila. Una delle spiegazioni è che al primo turno del 2008 si votava anche per le elezioni politiche e ci fu un effetto di trascinamento che al secondo turno era svanito. Soprattutto, consigliano tutti gli osservatori ai candidati, quelli da tenere d’occhio sono i numeri assoluti dei voti, non le percentuali, per loro natura ingannevoli. Una regola generale per chi si occupa di politica. Un imperativo categorico nei turni di ballottaggio.

