Un ricordo di Carmine Lanzieri Battaglia “LA PRIMA VOLTA”

“Domenica, ragazzi sarà domenica!” Raccolsi quest’affermazione di sfuggita, mentre, al solito essendo tanti, occupavamo due a volte tre panchine alle spalle del monumento ai caduti. Era un noioso pomeriggio di metà novembre, ci passavamo il solito spinello accompagnato da chiacchiere e qualche risata. Io ormai saltavo le lezioni a scuola più puntuale di quando mi ci recavo tutte le mattine; l’esperienza della radio aveva assorbito parte delle mie energie e del mio tempo, il resto lo fagocitava il “gruppo”.

Eravamo tutti coetanei, una decina di capelloni nei jeans sformati e stinti, uguali a migliaia di altri ragazzi che a frotte impegnavano le piazze di tutta Italia. In quel 1980 nulla sembrava diverso da un paese all’altro, da un giorno all’altro, da un ragazzo all’altro; la voglia di rivoluzione infiammava gli spiriti ma si quietava appena si dava “lume” ad un cilum o anche semplicemente alla più canonica canna.

“Ragazzi non è che qualcuno si tira indietro, io al tipo ho promesso i soldi e non posso certo dargli una fregatura.” Continuava a parlare con un filo di voce quello che aveva aperto l’argomento. Ognuno di noi aveva un soprannome, a volte legato ad una tradizione di famiglia, a volte all’aspetto fisico, alla provenienza o semplicemente ad un fatto avvenuto e riportato più o meno fedelmente; il mio era di famiglia.

Non capivo di cosa stessero tramando, non ero parte in causa, non ero a conoscenza dei fatti perché non ancora coinvolto in questa nuova avventura che si stava delineando all’orizzonte. Non era la prima volta che capitava, io ero una specie di infiltrato, ero entrato nel gruppo da pochi mesi, e la mia estrazione geografica, che mi collocava nella periferia cittadina, mi limitava nell’amalgama con gli altri: loro erano tutti cittadini del “corso”, o poco distanti; erano frequentatori della piazza da anni ed avevano percorso la loro strada insieme; io mi stavo ritagliando uno spazio, un “posto al sole” tra di loro, cercando di non fare ombra a nessuno, senza per questo subire troppo passivamente l’ombra di ognuno di loro.

Per poter frequentare la piazza, avevo abbandonato la scuola e gli amici di un tempo, quegli amici che avevano riempito con il loro cuore ed il loro affetto, decine di notti spese alla luce dei fuochi di campo, antica tradizione dello scoutismo; ne davo la colpa all’evoluzione personale, alla voglia di vivere il mondo e di affrontarlo sempre come se fosse la prima volta.

Qualcuno sbuffò lanciando anatemi ed auguri di dubbio gusto verso colui che stava, a suo modo, mandando in “grip” tutti quanti, con la sua litania e la mancanza di fiducia. “Non ti preoccupare, nessuno si tirerà indietro, abbiamo deciso insieme ed insieme andremo fino in fondo, nevvero ragazzi?” E chi aveva parlato, con uno sguardo a 360 gradi abbracciò tutti i presenti, ricevendo cenni di assenso e sorrisi appoggiati ad occhi lucidi di fumo e guance rosse di accorata partecipazione.

Io continuavo a seguire i miei pensieri: altre mille volte ero stato tenuto fuori, all’oscuro dei loro piani, che spesse volte passeggiavano pericolosamente sul bordo della legalità; e quindi non mi dispiaceva più di tanto. Anche quel giorno finì, e pure quelli successivi, fino alla domenica. Che naturalmente venne dopo il sabato.

La domenica pomeriggio di norma la passavamo alla radio, che poi si trovava nella sala discoteca di quel locale posizionato in una delle traverse; qualcuno stava in macchina ad ascoltare “tutto il calcio”, altri fumavano tranquillamente nel giardino poco distante, ed altri, come me, si occupavano di mandare musica nell’etere, scegliendo canzoni e lanciando segnali al pubblico in ascolto pronunciando al microfono, frasi celebrative dell’emittente. Quel pomeriggio l’aria era più elettrica del solito, io li vedevo irrequieti: andavano e venivano come le nubi di De Andrè in una famosa canzone che sarebbe stata scritta di li a dieci anni.

La curiosità ce l’avevo ma non mi rodeva abbastanza da farmi chiedere cosa stessero tramando. In realtà non ne sono mai stato schiavo, della curiosità, il più delle volte vengo informato proprio perché troppo poco interessato; e poi sono uno che sa mantenere i segreti, anche quando mi svelano qualcosa che già so, sono bravo a dare l’impressione di essere all’oscuro di tutto. Poi, a sera, la sala si riempì di ragazzi per la discoteca.

Era il 23 novembre del 1980, poco dopo le sette di sera sparirono tutti i ragazzi del gruppo, io rimasi in discoteca perché così era deciso e così doveva essere; poco mi importava in realtà, ero già fumato e la compagnia degli altri non mi dispiaceva. Ondeggiavo nella sala come una barca a remi preda dello sciabordio delle onde del porto, e ad un certo punto ebbi l’impressione che veramente stessi galleggiando, e mi lasciai andare, ad occhi chiusi, rivissi l’estate passata come gli ultimi anni, a Palinuro, con gli altri amici, quelli che avevo vissuto a scuola, negli scout e prima della radio.

Poi qualcosa successe: una specie di scricchiolio mi scosse dal ricordo, venivo spintonato e trasportato verso l’uscita; qualcuno cadde a terra; qualcuno si fermò ad aiutare, non io; altri urlavano; molti tremavano e quasi piangevano: non si capiva cosa stesse succedendo. E mi trovai fuori dal locale, in una sera stranamente illuminata a nord, dove una specie di chiarore creava ombre sui monti del sarnese.

E qualcuno urlò: “Il terremoto! E’ il terremoto!” Giuro che mi avrebbe meravigliato di meno se avessero parlato di una guerra atomica. Tra la gente riconobbi un capannello di persone a me note, erano quelli del gruppo: a prima vista sembravano incazzati di brutto. Mi avvicinai cercando di farmi notare e stavolta li sentii, chiaramente senza veli discutevano di quello che era successo e di come avessero perso l’occasione della loro “prima volta”.

Al mio sguardo interrogativo, uno di loro, quello che ci teneva di più a me, e me lo avrebbe dimostrato anni dopo, mi disse: “Sai, stasera avremmo dovuto “farci” per la prima volta; avevamo appuntamento con quello di Torre per la roba, ma ci si è messo il terremoto di mezzo e quello non è venuto.” Si dovevano “fare” di roba, bucarsi; per la prima volta avrebbero provato l’ebbrezza della “dama bianca”; e fui felice, stranamente euforico, di non essere veramente parte del loro gruppo. E ne rimasi fuori, anche quando, dopo pochi giorni, quello di Torre venne ad Angri, e li incontrò, accompagnandoli per mano verso il baratro, dove molti di loro sono caduti e qualcuno è morto.

Altri, pur non essendo morti, hanno vissuto una vita morta.

Carmine Lanzieri Battaglia