Un omaggio al prof. Alfonso Tortora da un suo “discepolo”. Dal Mare Baltico al Mediterraneo: aspetti di storia europea tra i secoli XVII-XVIII

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di Gerardo Sinatore

Nel mentre siamo intenti ad interpretare la storia delle forme postmoderne del potere attuale che elegge gli stati d’emergenza a strumenti di legittimazione politica tra guerre ed evidenti ed “impunite” delegittimazioni del diritto internazionale, Alfonso Tortora propone il suo studio sulla “via svedese allo Stato moderno” ovvero, le ripercussioni che la storia svedese ha generato negli equilibri europei tra il XVII e il XVIII secolo, al fine di mettere a disposizioni nuovi strumenti interpretativi e di rendere più “coerente” la lettura della storia contemporanea comprendendone meglio i suoi conflitti di “transizione”.

Infatti, questo nuovo studio analizza le basi evolutive dei sistemi di governo, tra spinte geo-economiche e processi interni politico-amministrativi, che favorirono un nuovo ordine collettivo e fecero del Regno di Svezia una grande potenza nord europea. Da professore universitario, da storico, filologo e da membro di una società libera come la nostra, Alfonso Tortora ha sentito il dovere di fecondare dibattiti, il diritto di alimentare domande ma soprattutto la responsabilità di far emergere la realtà dei fatti poiché la salvezza del futuro risiede proprio nelle “risposte” quando sono conformi alla verità storica.

Dal Mare Baltico al Mediterraneo.

Purtroppo, non raramente, la Storia ha socializzato sempre gli stessi punti di vista sfuggendo alla realpolitik delle élite e dell’establishment conformandosi ad esse che, come emerge sempre di più, sono l’effettivo portato storico di ogni conflitto. Mi sono appassionato a leggere o meglio a studiare questo suo lavoro intitolato Dal Mare Baltico al Mediterraneo. Aspetti di storia europea tra i secoli XVII-XVIII che ritengo pregevole per una serie di motivazioni; infatti, oltre alle fonti esclusive e particolareggiate ho potuto apprezzare la raffinatezza con la quale entra delicatamente nelle “ragion di Stato” (Pufendorff), così anche la capacità di zoomare dal particolare al generale e viceversa, componendo un articolato pattern sotto il quale fa formicolare vicende politiche, economiche e religiose che affiorano nei punti nodali quali:

  1. La Pace di Westfalia, che getta le basi per la costruzione degli “stati-nazione” (portando alla progressiva emancipazione delle minoranze religiose tra cui quella degli Ebrei, coinvolti incisivamente nel processo di modernizzazione) e pone fine alle lotte di indipendenza delle Province Unite (Paesi Bassi) dagli Asburgo di Spagna⁴;
  2. Il Trattato di Utrecht del 1713, che sdogana il modello politico-economico inglese sul debito nazionale dando l’abbrivio alla prima forma di liberismo-consumistico (materialismo);
  3. La Pace di Acquisgrana del 1748, che “sancisce” l’effettiva modernizzazione dell’Europa;
  4. Il Regno di Gustavo Adolfo II (1594-1632) Wasa, detto il Grande, che successe a suo padre Carlo XII nel 1611, dando inizio ad una politica imperialistica grazie alle misure interne economiche e politiche del suo cancelliere Axel Oxenstierna che guidò anche sua figlia Cristina. Gustavo Adolfo II, benché salito al trono 17enne, fu grande condottiero, introdusse un nuovo impiego delle armi da fuoco (bocche di fuoco) e formò un esercito, non più di mercenari, ma di Svedesi comandati da ufficiali selezionati. Morì in battaglia a 38 anni nel 1632.

Mi piace aggiungere, ma esclusivamente a titolo di spigolatura, che un suo discendente, Gustavo III, venne ucciso nel 1792 dall’ebreo Jacob Johan Anckarstrom durante un ballo in maschera e che Giuseppe Verdi da questo fatto di sangue trasse la sua opera Un ballo in maschera; questa opera doveva essere rappresentata al Teatro San Carlo di Napoli ma trovò l’opposizione severa dei Borbone che la ritennero oltraggiosa, pertanto venne eseguita al Teatro Apollo di Roma il 17 febbraio del 1859. In merito alla Pace di Westfalia, mi piace evidenziare che è ancora oggetto di indagine di studiosi di diritto internazionale e comparato che ne studiano le istituzioni che ne derivarono in quanto ritenute fondamentali nella storia del diritto d’Europa da farne una prefigurazione dell’attuale Unione Europea.

Professor Alfonso Tortora.

Dal 1648, infatti – l’anno in cui la pace fu conclusa divenendo legge fondamentale del Sacro Romano Impero – la Dieta Imperiale di Ratisbona rappresentò il primo vero emiciclo dell’Europa moderna, dal momento che, come già notava Johann Jacob Schmauss:
“Fremde Potenzen schicken auch fast bestaendig Gesandte zu den Reichstagen” cioè, Anche le potenze straniere inviano quasi costantemente delegati alle (sessioni delle) assemblee imperiali”. È a Ratisbona che venne sancito l’accordo religioso temporaneo tra Carlo V d’Asburgo, difensore della fede cattolica, e i Luterani (l’Imperatore, aveva condannato Martin Lutero e le sue tesi con l’editto di Worms del 1521) attraverso il reciproco riconoscimento delle parti contraenti (come potenze centrali sovrane nell’ambito del proprio spazio di potere) e mettendo in atto un equilibrio di forze tra gli stati europei.

In effetti, la Pace di Westfalia fu prodromica dell’avanzare dello Stato moderno definendo gli spazi del potere. Il nuovo principio di “sovranità” fece incetta di tutte quelle vecchie forze costituite dalle élite, dai poteri locali, dal clero e dalle associazioni che rivendicavano l’esercizio di un diritto autonomo. Di questa nuova opera storico-sociopolitica ho ammirato anche il metodo con il quale Alfonso Tortora espone il potere politico delle flotte mercantili e quello finanziario delle banche, analizzando i contesti neo-industriali del settore tessile, allora in mano esclusivamente agli ebrei, e quelli terrieri evidenziandone le asimmetrie tra rendite fondiarie e produttività agricole.

Sulla trasformazione dei sistemi, non mancano riferimenti agli interessanti studi sul feudalesimo (e non soltanto) di Aurelio Musi, del Galasso e il suo concetto di “Stato-banca”, dell’Epstein e le sue interazioni tra formazione dello Stato e sviluppo economico. Tra queste analisi rimbalzano le figure del banchiere sefardita Richard Cantillon, del veneto Morosini e dell’economista Jeremy Bentham, ideatore del materialismo utilitaristico.

Insomma, questa opera è simile ad un elegante broccato dove trama e ordito si incrociano mettendo in rilievo il passaggio forzoso delle economie tradizionali alle protoindustriali tra un (protezionistico) corporativismo locale ed un neo-capitalismo aggressivo come quello sviluppatosi a Londra, Anversa, Lille, Amsterdam. “Modernizzazione” significava maggiori investimenti per una maggiore produttività; indebitamento e coinvolgimento dei ricchi banchieri nella produzione e nei commerci; creazione di una economia finanziaria a danno dei costi reali; indebolimento del protezionismo corporativista a favore dell’alienazione delle produzioni e dei commerci e tante altre cose che si avvertono attraverso le numerose fonti.

Alla serie di motivazioni che fanno di questo lavoro un importante documento, concorrono i rimandi al diritto romano, al diritto germanico e soprattutto a quello naturale (Grozio) ma sopra ogni cosa, gli “scavi” nel significato di “bene comune” e le sue interpretazioni morali, religiose ed economiche dei regnanti e potentati. Non mancano richiami, da uno dei massimi studiosi dei Valdesi che è Alfonso Tortora, ai movimenti confessionali utilizzati come strumenti di pressioni politiche, ed aggiungo: al fine di liberalizzare l’economia del commercio di mare e di terra, quali sono stati a fasi alterne gli stessi cattolici (uso politico della religione virgoletta come “impostura”), i luterani, gli “antagonisti” calvinisti molto più vicini ai mercanti e banchieri…