Un legame da conservare quello tra i padri e i figli

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Alcuni libri riescono “a indurre in tentazione” spingendoci a riflettere su temi che coinvolgono la collettività. Non importa se le idee presentate si condividano in toto, ciò che conta è ritrovarsi a pensare e soprattutto a mettere in discussione ciò che si crede essere stabilito tout court.

Il libro di Antonio Polito, noto giornalista della carta stampata e televisiva, dal titolo “Riprendiamoci i nostri figli” edito da Marsilio, ha questo merito. Con sincerità, l’autore s’interroga sulle motivazioni che compromettono il dialogo con le nuove generazioni sempre più allineate con lo spirito di questi tempi.

Il mito da perseguire e raggiungere è la modernità. Ma cosa vuol dire essere moderno? Per molti adeguarsi a stili di vita sempre più distanti dalla tradizione e per questo superati. È realmente come sembra essere? Oppure è utile porsi e porre qualche domanda in più, e affinare la capacità critica per disporre di un proprio punto di vista?

È sempre più evidente il gap generazionale, ma per questo bisogna arrendersi di fronte alla possibilità di stabilire un ponte che consenta di non perdersi completamente di vista?

Ci si trova in presenza di interrogativi che originano risposte complesse che non possono essere liquidate con sbrigativi sì o no. Quel che è certo è che qualcosa si è rotto nei rapporti con i nostri figli e le responsabilità vanno individuate per potervi porre rimedio.

Gli spunti, offerti da Polito, per analizzare la realtà sono interessanti: l’esserci sradicati dalla cultura di riferimento, non ha portato a quello che ci si aspettava, ossia l’individuazione del modo giusto per stare al mondo; anzi, ha reso gli adulti più incerti e confusi a causa dell’esistenza di nuovi modelli a cui equipararsi. L’esito di questo processo ha condotto gli adulti sul territorio dell’uguaglianza con le generazioni più giovani, stravolgendo, spesso, i legami con i propri figli, considerati alla stregua di amici e, nei casi peggiori, dei competitor.

I giovani non hanno interesse per la politica perché nati in un momento storico in cui le trasformazioni che si intravedevano nel periodo del boom economico, già si erano palesate e anche la crisi di quel modello aveva contribuito a modificare l’occhio con cui si osservava e si costruiva il mondo stesso.

La modernità ha allontanato tutti da tutto. Oggi, i ragazzi esaltano le emozioni come lo strumento per eccellenza per esperire il mondo; tutto è emozione e deve essere assoggettato a queste. In questo modo, scompare l’universo dei perché, dei per come e del conoscere che si estrinsechi attraverso altri canali, e tutto cambia e paradossalmente isola in uno spazio dove l’io imperversa e scompare il sentire corale, atto a conservare l’individualità inserita in un moto collettivo che necessita per esprimersi di orizzonti sicuramente più ampi.

Scompaiono gli interlocutori e resta il proprio sentire che, libero da confronti, si radica sempre più e diventa la struttura su cui l’identità si sviluppa. Eppure, è proprio la possibilità di interfacciarsi con una generazione altra che forma una nuova identità culturale e preserva il contatto tra le parti.

Nella contemporaneità nessuna generazione tenta di trasmettere qualcosa, ancorata al proprio luogo di sperimentazione, isolato e unico.

Secondo Polito, la modernità non è assolutamente da demonizzare, si tratta di riappropriarsi dell’universo culturale del quale si è parte per trasmettere il patrimonio che proviene dai padri e diventa l’eredità dei figli. Ed è su questo principio che si preserva la relazione tra le generazioni.