Tutta Italia manifesta per Gaza: piazze piene e violenza ingiustificata

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L’Italia si è fermata per Gaza. Ieri la mobilitazione è stata diffusa, potente, unitaria in molte città, convocata da sindacati di base come USB, CUB, SGB e ADL, sostenuta da movimenti studenteschi, dai lavoratori del pubblico impiego e da cittadini comuni che non accettano che la tragedia di Gaza resti lontana dalle coscienze.

Le piazze, la rabbia, le bandiere

Oltre ottanta città hanno visto cortei, presidi, blocchi: Roma, Milano, Napoli, Bologna e Genova hanno ospitato manifestazioni con decine di migliaia di persone. A Palermo si contano circa ventimila persone, a Cagliari quindicimila, a Napoli altrettanto, a Torino circa diecimila. La pioggia non ha fermato la partecipazione, ma ha reso ancora più visibili gli striscioni, le bandiere della Palestina, gli slogan che gridavano il dolore, la solidarietà, ma anche la rabbia per quello che molti percepiscono come un crimine umanitario.

In alcune piazze si sono viste bandiere bruciate – simboli forti di protesta, ma carichi di rischio: diventano elementi che polarizzano il discorso, che spingono chi assiste a chiedersi se la protesta resti civile o scivoli nella violenza simbolica.

Disagi, blocchi, trasporti paralizzati

Il 24 ore di sciopero ha colpito scuole, trasporti locali e nazionali, porti, stazioni ferroviarie. Treni regionali cancellati o in forte ritardo, linee metropolitane a Milano e Roma soggette a oscillazioni di servizio, porti come quelli di Genova, Livorno e Marghera sono stati bloccati in entrata e uscita. In varie città le arterie principali – tangenziali, autostrade – sono state occupate dai cortei o interrotte da blocchi.

A Milano è scoppiato il conflitto fisico con la polizia: alla stazione Centrale scontri con lacrimogeni, barricati improvvisati, pietre e tensioni prolungate. Anche a Bologna il traffico è stato fatto letteralmente a pezzi: la A14 è stata bloccata da manifestanti con fumogeni e bandiere.

Le reazioni politiche

Il governo ha condannato le violenze: il premier Giorgia Meloni ha definito “indegne” le distruzioni, sottolineando che la solidarietà non può giustificare gesti che colpiscono la convivenza civile. Alcuni ministri hanno parlato di “attacchi alla proprietà”, mentre l’opposizione ha chiesto distinzioni: condanna ferma degli episodi di violenza, ma anche riconoscimento del diritto di manifestare e della gravità umanitaria che ha acceso la protesta.

Ferita morale che non giustifica la violenza

Questa è una giornata che va oltre il mero dissenso: è la manifestazione di una ferita morale popolare. Una ferita che non si rimargina semplicemente con le parole “solidarietà”, ma chiede azioni. Per molti partecipanti, l’Italia sembra restare troppo distante, nel dibattito diplomatico e nelle politiche concrete. Poca pressione, pochi gesti concreti, e uno sdegno che cresce.

Burning flags o vetrine rotte non cancellano la fondatezza del dolore che monta: ma rischiano di distogliere lo sguardo da ciò che è urgente – protezione dei civili, cessate il fuoco, corridoi umanitari, fine della sofferenza. In questo senso, la responsabilità è anche pubblica, della politica e delle istituzioni: ascoltare non significa solo vedere manifestazioni, ma trasformare la voce in impegno reale. Il genocidio di Gaza non lascia indifferente il Paese. Ma se da un lato emerge con forza la richiesta di pace e giustizia, dall’altro non si può ignorare che episodi di violenza finiscono per oscurare il messaggio più autentico delle piazze. Difendere la causa di Gaza significa anche rispettare la convivenza civile e non lasciare spazio a gesti che tradiscono lo spirito di solidarietà.