Licenziate 130.000 persone in Turchia. Da più di due anni, dopo il colpo di stato del luglio 2016, moltissimi lavoratori del settore pubblico sono stati accusati di presunti “legami con organizzazioni terroristiche”.
Questo quadro tanto drammatico emerge dal rapporto “Purga senza ritorno? Nessun rimedio per i lavoratori licenziati nel settore pubblico in Turchia” stilato dall’organizzazione umanitaria Amnesty International; azioni come depositare soldi in una certa banca, appartenere ad un determinato sindacato o scaricare una specifica applicazione per lo smartphone sono state etichettate come prove di “complicità” con gruppi “terroristici” messi al bando, senza alcuna prova né testimonianza.
“Definite ‘terroristi’ e private dei loro mezzi di sostentamento, decine di migliaia di persone, la cui vita personale e professionale è stata distrutta, attendono ancora giustizia”, ha dichiarato Andrew Gardner, direttore della strategia e della ricerca sulla Turchia di Amnesty International. Nonostante le evidenti violazioni del diritto internazionale, il governo turco sembra insistere nel portare avanti questa sua strategia senza fondamenta, continuando a licenziare tutti coloro che vengono ritenuti pericolosi per il paese.
“Ci hanno licenziato senza motivo e ora stanno cercando delle scuse per giustificarlo”, ha spiegato un insegnante licenziato per aver depositato soldi nella Bank Asyan; in Turchia pare manchi assolutamente un’equa procedura d’appello e di conseguenza la possibilità di un processo leale ed in linea con la Convenzione europea sui diritti umani.
I pochi lavoratori del settore pubblico che sono stati reintegrati ora svolgono compiti peggiori di quelli che avevano prima del loro licenziamento.
ANNA VITTORIA FATTORE

