Truffa del “click” che svuota i conti: cosa accade davvero?

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Truffa del “click” che svuota i conti

Un messaggio come tanti, un’offerta apparentemente innocua, la promessa di guadagni facili senza competenze. È così che un uomo di 44 anni di Vigevano è finito dentro una truffa costruita con precisione chirurgica, capace di prosciugargli 6.600 euro nel giro di pochi giorni. Una truffa moderna, silenziosa, che non urla mai “pericolo” ma accompagna la vittima passo dopo passo, fino al punto di non ritorno. Questa volta però il finale è diverso: grazie alla denuncia, i carabinieri hanno denunciato dieci persone e recuperato gran parte del denaro. Una microstoria reale che racconta molto più di un singolo raggiro.

Truffa del lavoro online, l’esca perfetta

La truffa inizia dove oggi iniziano molte illusioni: online. Un annuncio di lavoro che promette compensi semplici, immediati, quasi automatici. Guardare video. Mettere like. Pochi minuti al giorno. Nessun rischio. Nessun investimento iniziale, almeno sulla carta. È il linguaggio tipico delle nuove truffe digitali, studiate per non spaventare ma rassicurare.

All’uomo di Vigevano viene spiegato che il sistema funziona così: più video guarda, più guadagna. I primi compensi arrivano davvero. Piccole cifre, pochi euro, accreditati rapidamente. È il momento chiave della truffa. Serve a creare fiducia. A dimostrare che il meccanismo “funziona”. A far abbassare le difese.

Quando la vittima inizia a credere di avere tra le mani una fonte di reddito facile, scatta la seconda fase.

Truffa e psicologia, quando la vittima viene accompagnata

La richiesta arriva con naturalezza. Per sbloccare guadagni più alti serve un passaggio tecnico. Una verifica. Una garanzia temporanea. In pratica, una ricarica Postepay. Poche centinaia di euro all’inizio. Nulla che sembri davvero pericoloso. Anzi, viene spiegato che quei soldi servono solo a dimostrare l’affidabilità dell’account e che verranno restituiti insieme ai guadagni.

Qui la truffa cambia marcia. Ogni ricarica sblocca un nuovo livello, un nuovo pacchetto di video, una nuova promessa di profitto. Il sistema è costruito per non fermarsi mai. Quando l’uomo chiede di incassare, gli viene detto che manca ancora un ultimo passaggio. Poi un altro. Poi un altro ancora.

In pochi giorni, la cifra sale. 1.000 euro. 3.000 euro. Fino ad arrivare a 6.600 euro versati su diverse carte Postepay. Ogni volta con una giustificazione diversa. Ogni volta con la sensazione che ormai fermarsi significhi perdere tutto.

Truffa e money muling, il meccanismo invisibile

Dietro questa truffa non c’è solo un falso lavoro. C’è un sistema preciso di riciclaggio. È qui che entra in gioco il money muling, una delle tecniche più diffuse e meno comprese del crimine digitale.

Il money muling funziona così: i truffatori non incassano direttamente il denaro. Lo fanno transitare su conti e carte intestati a terzi, i cosiddetti money mule. Persone reclutate a loro volta con annunci di lavoro, promesse di commissioni, ruoli apparentemente legali. Il denaro passa di mano in mano, viene spezzettato, spostato, fino a finire su portafogli di criptovalute o conti esteri difficili da tracciare.

Nel caso di Vigevano, le ricariche Postepay non servivano a pagare un servizio. Servivano ad alimentare questo circuito. Ogni versamento era un tassello di un puzzle criminale più grande.
Il punto di forza del money muling è la distanza. Chi truffa non appare mai. Chi riceve il denaro spesso sostiene di non sapere nulla. Nel mezzo, la vittima resta sola, convinta di avere sbagliato qualcosa ma non ancora pronta ad accettare di essere stata ingannata. È una truffa che non usa minacce, ma attese. Non urla, ma promette. Non spinge, ma accompagna.

La denuncia che cambia tutto

Il momento decisivo arriva quando l’uomo capisce che qualcosa non torna. I guadagni non arrivano. Le richieste continuano. Le risposte diventano vaghe. È a quel punto che decide di denunciare. Il 14 ottobre si presenta dai carabinieri di Vigevano. Racconta tutto. Mostra le ricevute delle ricariche. Consegna chat, numeri, istruzioni ricevute. Da lì partono le indagini.

I militari iniziano a seguire i flussi di denaro. Tracciano le Postepay. Risalgono ai conti correnti collegati. Scoprono una rete di dieci persone, tutte coinvolte a vario titolo nel meccanismo di riciclaggio. Prestanome, intermediari, ingranaggi di una macchina che funziona solo finché nessuno parla.
L’operazione si chiude con dieci denunce alla Procura di Pavia per truffa e riciclaggio. Vengono sequestrati quattro conti correnti. I carabinieri riescono a recuperare 5.500 euro, messi in sicurezza e sottratti definitivamente al circuito criminale.

Non è un risultato scontato. Nella maggior parte dei casi, nelle truffe online il denaro sparisce per sempre. Questa volta no. Ed è proprio questo a rendere la storia diversa.

Truffa digitale, perché può colpire chiunque

Non c’è ingenuità, non c’è superficialità. C’è un sistema costruito per sembrare normale. La truffa del lavoro online colpisce perché si inserisce in un contesto reale: la ricerca di un’entrata extra, la precarietà, il desiderio di non restare indietro.

Chi cade in queste truffe spesso è convinto di essere prudente. Non comunica dati bancari. Non clicca link sospetti. Non invia documenti. Eppure perde migliaia di euro.

Il motivo è semplice: la truffa non chiede tutto subito. Chiede poco. Poi un po’ di più. Poi ancora. Fino a quando la vittima è emotivamente coinvolta quanto economicamente esposta.

Truffa e lavoro facile, i segnali da non ignorare

Ogni truffa lascia tracce. In questo caso, sono chiare. Guadagni sproporzionati rispetto allo sforzo. Compensi che aumentano solo se si anticipano soldi. Richieste di ricariche su carte prepagate. Comunicazioni esclusivamente via chat. Urgenza costante. Nessun contratto reale. Sono segnali che, presi singolarmente, possono sembrare innocui. Insieme, raccontano sempre la stessa storia.