Torre Annunziata, 29 anni dall’uccisione di Raffaele Pastore: l’imprenditore che disse no alla camorra

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Sono passati anni 29 anni da quel brutale omicidio, ma a Torre Annunziata il nome di Raffaele Pastore continua a rappresentare il simbolo di un coraggio silenzioso, quello di un uomo che scelse di non piegarsi alla criminalità organizzata, pagando con la vita la propria dignità. Raffaele Pastore aveva 35 anni quando, il 23 novembre 1996, fu assassinato mentre era al lavoro nel suo negozio di mangimi per animali in via Carminiello. Un omicidio che sconvolse la città e che lasciò una ferita profonda nella comunità, ma soprattutto nella sua famiglia: la moglie Beatrice Federico e due figli ancora molto piccoli.

Dietro quel delitto si nasconde una storia di resistenza civile. Due anni prima, Pastore era stato vittima di un’estorsione da parte del clan Gallo-Cavalieri, all’epoca operante a Torre Annunziata. Gli uomini del clan gli avevano richiesto circa 50 milioni di lire. Una cifra pesante, un ricatto che molti avrebbero subito in silenzio. Lui invece scelse di denunciare, rompendo il muro dell’omertà e affidandosi allo Stato.

Una decisione coraggiosa, ma carica di rischi. Gli investigatori ipotizzarono che, dopo la denuncia, Raffaele fosse stato sottoposto a pressioni per indurlo a ritirare l’accusa. Non risultano tuttavia ulteriori episodi intimidatori documentati prima dell’agguato, rendendo l’omicidio ancora più scioccante e doloroso. Pastore era titolare di porto d’armi e possedeva una pistola per difesa personale, ma raramente la portava con sé. Anche il giorno dell’assassinio, l’arma fu rinvenuta presso la sua abitazione, segno di una vita condotta con sobrietà, senza ostentazione, nonostante le tensioni vissute.

A ricordarlo oggi, con parole cariche di dolore ma anche di forza, è la moglie Beatrice Federico. In un post affidato ai social ha voluto rendere omaggio alla memoria del marito, trasformando il ricordo in un messaggio di legalità e coscienza civile:

“Oggi il mio cuore torna, come sempre, a mio marito Raffaele Pastore.
Un uomo che ha trovato il coraggio di denunciare il racket quando farlo significava rischiare tutto.
Un uomo che ha scelto la verità invece della paura e quella scelta gli è costata la vita.
Io non dimentico, non voglio, non posso.

La memoria è ciò che ci tiene umani, è ciò che impedisce all’ingiustizia di vincere davvero. La memoria è un faro, e io voglio che la luce di Raffaele continui a illuminare, a svegliare, a scuotere. Perché la cultura della legalità, del rispetto, del coraggio non nasce dal nulla, nasce dalle storie come la sua, che gridano anche quando il mondo vorrebbe farle tacere.

Nasce da chi ascolta, da chi impara, da chi decide che l’indifferenza non è un’opzione. A chi oggi guarda alla sua storia dico: prendete la sua forza e fatene un impegno, non lasciate che il suo sacrificio diventi una pagina chiusa. Fate in modo che diventi un seme, un atto, una scelta quotidiana. Raffaele vive nella mia voce, nella mia memoria, e in chiunque, oggi, abbia il coraggio di scegliere la giustizia. Sempre.”

Parole che restituiscono il volto umano di una tragedia e che riaffermano il valore della memoria come strumento di lotta contro l’illegalità e la rassegnazione.

Raffaele Pastore non fu soltanto una vittima della camorra, ma un uomo che scelse consapevolmente di non vivere sotto ricatto. La sua storia continua a parlare a una città intera e a ricordare che denunciare è possibile, ma che chi lo fa deve essere protetto, sostenuto, accompagnato.

Il suo sacrificio resta un monito e un esempio: la legalità non è un concetto astratto, ma una scelta quotidiana fatta da uomini e donne che decidono di non chinare la testa, anche quando farlo costa tutto.