Nel 1982 Enzo Moscato scrisse e portò in scena lo spettacolo teatrale “Scannasurice” , entrando a pieno titolo nel Ghota della drammaturgia italiana, dando voce a un nuovo modo di fare teatro in cui la cosiddetta napoletanità superò una visione oleografica condivisa fino ad allora della città. Successivamente Carlo Cerciello ne curò la regia e ieri sera nella cornice del Teatro Diana a Nocera Inferiore, Imma Villa ne ha regalato un’interpretazione intensa e commovente, davanti ad una platea numerosa e partecipe. L’attrice, per questo ruolo, nel 2017 ha ricevuto il premio per “Le maschere del Teatro Italiano”, e nel 2015 lo spettacolo è stato insignito del premio della critica.
La scenografia è di Carlo e Roberto Crea e rappresenta un ipogeo, ossia un vano sotterraneo adibito solitamente a luogo di culto, dove vive o meglio sopravvive, il personaggio unico del monologo: il femminéllo, che nel linguaggio comune napoletano, incarna l’ambiguità sessuale. In questo caso, il protagonista simbolizza un non definito che raffigura metaforicamente l’incompletezza e la voglia di un cambiamento, quasi sempre frustrato in una città contraddittoria dove tutto è contrasto irrisolto; è anche l’espressione di un dolore che a tratti diventa disincanto o desiderio di riscatto. I “surici”, ossia i topi sono i napoletani stessi odiati e amati dal protagonista che a sua volta è parte di questo universo; la casa, dove tutto avviene, è la città di Napoli con i suoi colori accecanti e deprimenti, con le sue storie popolate da figure magiche che diventano l’espediente, tutto partenopeo, per rendere sopportabile una realtà ai margini e non solo. Una città sempre in bilico tra un passato stigmatizzato nelle consuete immagini, un presente sospeso e un futuro privo di qualsiasi proiezione. Una rappresentazione che annichilisce lo spettatore per l’immagine che intende rimandare, e nella quale ciascuno ben presto si riconosce perché amaramente ne diventa interprete.
Claudia Squitieri

