Domenico Califano e la sua attendibilità come pentito. Si è mosso su questo binario il contro esame degli avvocati difensori, ieri mattina, nell’udienza del maxi processo di camorra «Taurania Revenge». Califano, pentito dal 2010 ed ex componente del clan Fezza-Petrosino D’Auria di cui dice di conoscere componenti e modalità criminali, è stato incalzato dal collegio difensivo composto dagli avvocati Vincenzo e Luigi Calabrese, Teresa Sorrentino, Giovanni Pentangelo. Le domande rivolte al collaboratore di giustizia hanno toccato diversi punti del quadro probatorio. Dalla sua “storica” amicizia con Vincenzo Confessore, al quale “Non potevi mai dire di no” e di cui fu autista prima di rompere i rapporti, ai contatti e gestione con le piazze di spaccio, i rapporti con i sodali al clan, il modus operandi e soprattutto, la sua decisione di collaborare. Ufficialmente avvenuta a marzo 2009, dopo una perquisizione dei carabinieri presso casa sua, dove c’erano anche componenti della famiglia Fezza. «Fu molto brutto – ha aggiunto Califano collegato in videoconferenza – e decisi di farla finita con quella vita». Ed è qui che, secondo qualche avvocato, lo stesso Califano avrebbe valutato di collaborare, coinvolgendo anche suo zio Gerardo Baselice.
Per la difesa, il collaboratore di giustizia avrebbe convinto Baselice a collaborare, per via di un interesse economico molto forte. Califano ha negato, sostenendo di non aver mai sentito lo zio, se non per i primissimi giorni che seguirono la decisione di parlare con i magistrati. Unito a un viaggio a Tivoli, con il quale gli fece visita insieme ai carabinieri. «Andai li perché gli volevo dire che stavo iniziando a collaborare, poi non l’ho più sentito»
Sulla testimonianza del “super pentito” regge oggi buona parte dell’impianto accusatorio del “Taurania Revenge”, incentrato sul “sistema Pagani” e la gestione del traffico di droga nelle mani del clan camorristico Fezza – Petrosino. Nello specifico, con la gestione diretta del boss (non ha condanne in tal senso) Antonio Petrosino D’Auria, ristretto insieme al fratello Michele Petrosino al regime del carcere duro.
La Dda lo inquadra a capo del sistema, con il controllo delle piazze di spaccio e l’aiuto materiale di Salvatore Pepe, ritenuto invece riferimento del secondo gruppo che agiva dietro indicazione del clan. Da una parte c’era Antonio Petrosino D’Auria, insieme a Francesco Fezza, i fratelli Vincenzo e Daniele Confessore, Andrea e Giuseppe De Vivo. Dall’altra il livello “sotterraneo”, ribattezzato anche gruppo “satellite”, con la vendita della droga gestita «in regime di imposto monopolio». La prossima udienza è prevista per il 18 maggio, con il collegio giudicante che ascolterà le testimonianze di Alfonso Greco e Gerardo Baselice. Quest’ultimo, uscito dal programma di protezione e – pare – difficile da localizzare

