Sgarbi verso il processo per il caso Rocco Casalino. L’atto politico arriva ora, non quando le parole furono pronunciate. La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera ha votato. Ha detto sì. Sì alla possibilità di processare Vittorio Sgarbi per diffamazione. Una decisione che riapre un caso nato cinque anni fa davanti alle telecamere e che oggi torna al centro del Parlamento.
È successo nelle ultime ore, a Montecitorio. Un passaggio formale, ma tutt’altro che secondario. Perché riguarda l’immunità parlamentare, il confine tra libertà di parola e insulto, e un nome che continua a dividere.
I fatti, senza filtri
La Giunta per le autorizzazioni a procedere della Camera dei deputati ha votato a favore della richiesta di processare Vittorio Sgarbi per diffamazione ai danni di Rocco Casalino.
Sgarbi, oggi sindaco di Arpino in provincia di Frosinone ed ex sottosegretario alla Cultura, è accusato per alcune dichiarazioni pronunciate nel 2020, quando era deputato del centrodestra. Durante una trasmissione televisiva su Rete 4, intervenendo nel dibattito politico sull’allora governo Conte, aveva attaccato diversi esponenti dell’esecutivo, definendo Casalino, all’epoca portavoce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte, «checca inutile».
Per quelle parole, nel 2023, Sgarbi era stato condannato in primo grado a mille euro di multa, al pagamento delle spese processuali e a un risarcimento in favore di Casalino. In appello, però, aveva invocato l’immunità parlamentare, sostenendo che quelle frasi rientrassero nella libera manifestazione del pensiero di un parlamentare e che quindi non potesse essere processato senza l’autorizzazione della Camera.
Ora la Giunta ha espresso il proprio orientamento. La decisione finale spetterà all’Aula.
Perché colpisce la comunità
Non è solo una questione romana o da palazzo. La vicenda riguarda anche il territorio. Vittorio Sgarbi, oggi, non è soltanto un personaggio televisivo o un ex membro del governo. È il sindaco di Arpino, comune della Ciociaria, e una figura istituzionale che rappresenta una comunità locale.
La scelta della Camera può avere conseguenze politiche e simboliche. Per Arpino e per la provincia di Frosinone significa vedere il proprio primo cittadino coinvolto in un procedimento che torna d’attualità. Per i cittadini è il segnale che le parole pronunciate nei talk show, anche anni dopo, possono avere un peso concreto.
La storia tocca anche un tema sensibile per molte famiglie e per il dibattito pubblico: il linguaggio usato da chi ricopre incarichi istituzionali. Non un dettaglio, ma un elemento che incide sulla percezione delle istituzioni e sul rapporto tra politica e società.
Il dettaglio che cambia tutto
Il nodo centrale non è tanto l’insulto in sé, già valutato da un giudice con una condanna in primo grado. Il punto che cambia lo scenario è l’argomento dell’immunità parlamentare.
Sgarbi ha sostenuto che quelle frasi fossero coperte dall’articolo 68 della Costituzione, che tutela i parlamentari per le opinioni espresse nell’esercizio delle loro funzioni. Una linea difensiva che avrebbe potuto bloccare il procedimento.
La Giunta, invece, ha ritenuto che quelle dichiarazioni non fossero direttamente collegate all’attività parlamentare, ma a un contesto televisivo e mediatico. Una distinzione che pesa. Perché stabilisce un confine tra ruolo istituzionale e presenza nei media, sempre più sottile per molti politici.
È su questo passaggio che si concentrerà il voto dell’Aula.
Le parole, nel flusso
Nel corso dell’appello, Sgarbi aveva spiegato la propria posizione senza arretrare sul merito. Aveva sostenuto che le sue parole fossero «una libera manifestazione del pensiero», legata al dibattito politico del momento, e che proprio per questo dovessero essere considerate insindacabili.
Dall’altra parte, la ricostruzione della Giunta si è basata sulla natura delle dichiarazioni. Non un intervento in Parlamento, non un atto formale, ma un’espressione pronunciata in televisione, con toni personali e riferimenti diretti.
Parole che, secondo l’impostazione accolta dalla maggioranza della commissione, esulano dalla tutela costituzionale.
Cosa succede adesso
La decisione della Giunta non chiude la partita. La apre. Ora toccherà alla Camera dei deputati votare per confermare o respingere quanto stabilito dalla commissione.
Se l’Aula darà il via libera, il procedimento penale potrà proseguire senza il vincolo dell’immunità. Se invece la Camera dovesse bocciare la richiesta, il processo verrebbe bloccato.
I tempi non saranno immediati, ma il passaggio politico è ormai innescato. E ogni voto, in Aula, avrà anche un valore simbolico, oltre che giuridico.
Il problema più grande
Il caso Sgarbi-Casalino non è isolato. Negli ultimi anni, la questione dell’immunità parlamentare è tornata più volte al centro del dibattito, soprattutto in relazione a dichiarazioni rilasciate fuori dalle sedi istituzionali.
Social network, talk show, interviste: sono diventati il principale terreno di confronto politico. Ma non sempre è chiaro dove finisca l’opinione politica e dove inizi l’offesa personale.
La decisione della Giunta sembra indicare una direzione: non tutto ciò che dice un parlamentare è automaticamente coperto dall’immunità. Un principio che riguarda molti, non solo Sgarbi.
Chiusura aperta
Ora la parola passa all’Aula. Un voto che dirà se quelle frasi pronunciate cinque anni fa resteranno un episodio archiviato o torneranno a essere giudicate in tribunale.
La linea tra libertà di espressione e responsabilità istituzionale è sottile. E il Parlamento è chiamato, ancora una volta, a tracciarla. Dove verrà messo il confine questa volta è una risposta che deve ancora arrivare.

