Scuola – Il messaggio di Mons. Andrea Bellandi, Arcivescovo di Salerno

Siamo all’inizio di un nuovo anno scolastico e sono tanti i punti oscuri, i motivi di preoccupazione, gli interrogativi che accompagnano questa ripresa e che riempiono le pagine dei giornali e degli altri organi di informazione, sui quali sono spesso chiamati ad offrire il proprio contributo di riflessione politici, intellettuali, dirigenti scolastici. Tutti giustamente preoccupati del futuro delle attività scolastiche, ma nelle cui analisi sembra essere trascurato quell’accorato “grido di allarme” sulla situazione giovanile, che più volte Papa Francesco ha espresso. «Per proteggere la vita bisogna amarla, e oggi la grave minaccia, nei Paesi più sviluppati, è la perdita del senso di vivere. Le prime vittime del vuoto di senso di vivere sono i giovani»: questo diceva, ad esempio, il Santo Padre nell’Udienza generale del 27 novembre 2019, ancora prima che scoppiasse la pandemia causata dal Covid-19.

La perdita del senso del vivere. Oggi questo ammonimento del Papa risulta ancora più fondato. Lo smarrimento dovuto al diffondersi del virus, le immagini e i numeri che ci hanno accompagnato particolarmente durante il periodo del lockdown, l’interruzione delle attività scolastiche in presenza, le incertezze che investono la ripresa delle lezioni hanno acuito in tantissimi giovani un sospetto, forse in alcuni già latente, sulla consistenza e positività del vivere. La percezione di un vuoto che minaccia tutto quello che fanno, determinando una sottile disperazione, magari coperta dal moltiplicarsi di chat, foto da postare, brani musicali da ascoltare, lunghe navigazioni nella rete o – talvolta – esperienze “al limite” da provare: tutto per nascondere questo vuoto di senso che bussa inesorabilmente alla porta. Oltre e più che la paura del Covid-19, “il piccolo nulla quotidiano che tante volte rischia di dominare nelle giornate”, come confessava sinceramente un giovane universitario alcuni mesi fa.

Ritornando finalmente a scuola, tutti gli adulti coinvolti – dai genitori agli insegnanti, dai dirigenti scolastici al personale, fino ai massimi vertici istituzionali – devono avere ben presente che “la partita dell’educazione” si gioca a questo livello e non semplicemente nell’individuazione delle pur giuste misure precauzionali da avere. Certo: distanziamento, mascherine, spazi adeguati, banchi monoposto e quant’altro sono importanti, ma non si pensi che con questi accorgimenti – ripeto, giustamente necessari – il funzionamento della “macchina scolastica” sia garantito e si possa riprendere come prima. Assolutamente no, c’è un altro virus, ancor più pericoloso, da affrontare e sconfiggere: quello del nulla, o del nichilismo, per dirla in termini più compiuti, anche se esso oggi è meno ideologico: ha il volto di una vita “normale”, ma con un tarlo dentro, perché niente sembra valere la pena, niente attira, niente prende veramente.

C’è quindi un’emergenza, che è oltre e più profonda di quella scatenata dal Coronavirus ed è quella educativa. La Chiesa lo sta ripetendo da anni, ma adesso è così evidente che molti ne stanno prendendo coscienza. Così il vicedirettore del Corriere della Sera, Antonio Polito, scriveva qualche giorno fa: «Si sa che educazione è termine più ricco di istruzione. La sua radice etimologica allude alla necessità di guidare il giovane, di tirar fuori, estrarre ciò che di buono c’è in lui. È un processo complesso, che richiede innanzitutto degli educatori, cioè delle persone disposte a rischiare, per farsi amare e rispettare. Non si svolge tutto nella scuola, che ha molti altri compiti accanto a questo, ma si svolge specialmente nella scuola. Spesso a opera di singoli valorosi, quei maestri capaci di toccare il punto infiammato che c’è nel cuore e nella mente di ogni personalità in formazione, e fortunati quelli che una volta nella vita ne hanno incontrato uno». 

Nessuno ha in tasca la formula risolutiva di questa emergenza. Già accorgersene è un primo passo. L’altro, non meno importante, è offrire ai giovani non soltanto una scuola più efficiente ed organizzata – obiettivo verso il quale sicuramente tendere – ma insegnanti-educatori che risveglino in loro il gusto della vita, attraverso la proposta di ideali e valori grandi per i quali il loro cuore è originalmente fatto. Volendo loro bene.