Come in una delle sue favole Luìs Sepulveda è volato via, rapito da un misterioso pipistrello
venuto dal lontano Oriente, e adesso, soli e impauriti, aspettiamo che una morale
concluda questa storia. Perché una morale ci dev’essere, sennò a che serve tutto questo dolore? Il Coronavirus lo ha inchiodato a un letto d’ospedale per più di quaranta giorni e chissà se, nel delirio farmacologico, avrà giocato con le parole, o magari avrà scritto qualche altra pagina da portare con sè sulle nuvole. Di sicuro,da combattente qual era, si sarà detto che, in fondo, la battaglia più importante della sua vita l’aveva vinta: aveva sconfitto il Grande Tiranno, aveva visto crollare il regime del generale Pinochet ed era potuto tornare, da libero cittadino, nel suo amato Cile.
Dopo una simile lotta,tutto il resto, persino un subdolo virus che s’insinua nei polmoni, aveva per lui un senso relativo. Scrisse romanzi, racconti e favole, denunciò le
corruzioni del potere, si schierò sempre dalla parte dei deboli senza badare alle
convenienze che ne potevano derivare, difese il pianeta dall’aggressività
Idea senza tempo Luis Sepulveda, 70 anni. Progettava uno scritto sul calcio. Non ha fatto in tempo a realizzarlo. Tifava per lo Sporting Gijon, «è la squadra dei minatori, della resistenza anti-franchista». Nel calcio cercava la storia degli uomini: gli piacevano
Guardiola e Bielsa, provava simpatia per la Roma e di Zeman ammirava l’essere
controcorrente. Ma sopra a ogni cosa metteva l’amore per l’Unidos Venceremos,
la squadra del suo quartiere. «Io di solito giocavo da numero 11, oppure da numero 10.
Inoltre toccava quasi sempre a me tirare i rigori e, modestamente, sbagliavo
di rado». Raccontò queste memorie al principio del libro «Ingredienti per una vita di formidabili passioni», aggiungendovi un particolare tutt’altro che secondario: in quel periodo s’invaghì di una ragazzina, Gloria, alla quale per il compleanno regalò una
fotografia della nazionale cilena con le firme di tutti i giocatori che avevano
partecipato al Mondiale del 1962. Gloria non apprezzò: non amava il calcio, ma la
poesia. E il giovane Sepulveda, da quel giorno, cominciò a leggere i versi di
Pablo Neruda. Infine scrisse: «Ho un grande dubbio e una grande certezza. Il dubbio è se la
letteratura abbia guadagnato qualcosa dalla mia militanza nella scrittura. E la certezza è che per colpa della letteratura il calcio cileno ha perso un grande attaccante». Hasta
siempre, compañero!

