Scafati. Il Riesame: “Dimissioni di Aliberti una strategia per evitare il carcere”

Deve andare in carcere perché il trascorrere del tempo lo “ravvicina sempre più alle prossime tornate elettorali, quelle previste a Scafati per il 2018“. Inoltre, da casa, “può continuare ad influenzare le scelte della moglie Monica Paolino per ottenere l’appoggio della camorra ed onorane i patti già siglati in passato“. Si è espresso in questi termini il Tribunale del Riesame nell’ordinanza con la quale, questa mattina, in accoglimento delle istanze dell’Antimafia, è stato confermato il carcere per Pasquale Aliberti.
Sconfessata, dunque, la linea difensiva dell’ex sindaco di Scafati, in sostanza incentrata sull’impossibilità di reiterare il reato, non rivestendo più Aliberti alcuna carica istituzionale.
Proprio quelle dimissioni sarebbero state per il Riesame nient’altro che una “strategia diretta per incidere sulle scelte cautelari dell’autorità giudiziaria“, e non, dunque, il “frutto di una valutazione consapevole e meditata, finalizzata ad interrompere ogni coinvolgimento con la vita e l’attività politica del Comune di Scafati“.
Con lo stesso provvedimento – la vicenda giudiziaria scaturisce dall’inchiesta “Sarastra”, tesa a scoperchiare i rapporti tra Aliberti e il clan Loreto-Ridosso – il Collegio ha disposto il carcere per Luigi Ridosso ed i domiciliari per Gennaro Ridosso.
IL LEGAME CON LA COLLETTIVITA’ ATTRAVERSO I SOCIAL – “Aliberti può ancora entrare in affari con la malavita organizzata per avvantaggiarla in cambio di favori politici, ovvero di attuare gli atti concordati in cambio dei voti ottenuti“. Si legge in un altro passaggio dell’ordinanza. Emblematico, in tal senso, l’utilizzo dei social – facebook in particolare – dell’ex sindaco, che attraverso la rete “continua ad interagire con la cittadinanza di Scafati, in modo da mantenere viva l’attenzione politica sulla sua figura ed a imprimere la convinzione della sua perdurante influenza nelle scelte politiche che interessano il governo della città… continua a comportarsi come se ricoprisse ancora la carica di sindaco“.
Accurata l’analisi del Riesame in ordine ai ruoli di Gennaro e Luigi Ridosso. Entrambi in carcere per altro, disporrebbero di un “variegato numero di collaboratori” pronti ad assecondare ogni loro richiesta. A testimonianza di ciò, le reticenze dei testimoni ascoltati nelle fasi preliminari delle diverse inchieste.
Esponenti dei clan – come dichiarato da alcuni testimoni – si sarebbero intrattenuti più volte con Aliberti, in qualche occasione – tre-quattro anni fa, – anche all’interno della sua stanza al comune.
MONICA PAOLINO – Atti e documenti prodotti dalla difesa non sono valsi a scardinare l’assunto dell’accusa secondo cui “Aliberti può utilizzare la moglie per attuare i patti politici che ha stretto con la criminalità, anche per favorirne l’elezione“. Il ruolo politico di Monica Paolino, moglie dell’ex sindaco, avrebbe dunque consentito a quest’ultimo di attuare, “attraverso l’influenza politica della moglie, accordi con clan camorristici in cambio di ulteriori favori politici. Secondo alcuni ex collaboratori politici di Aliberti, la candidatura di Paolino è il frutto di una scelta politica di Aliberti. A significare che la donna, del tutto inesperta di politica, è completamente manovrata nelle sue scelte e nel suo operato politico dal coniuge convivente“.
L’INCONTRO IN VILLA – Risale al 22 maggio 2015, a ridosso delle elezioni regionali, e viene richiamato dal Collegio per approfondire i collegamenti tra Aliberti ed i clan.
Il sindaco ed il fratello, insieme allo staffista, partecipano ad un incontro con i fratelli Maurelli, coinvolti in un traffico internazionale di droga. Contraddittoria – secondo il Riesame – la spiegazione fornita dall’ex primo cittadino in ordine al quell’incontro, nel corso del quale sarebbero stati discussi lavori privati. “E’ chiaro che la deposizione tradisce un diverso contenuto dell’incontro laddove: il riferimento a lavori edili, la segretezza dell’incontro (fissato in una casa privata dei Mauriello, dopo un primo incontro per strada, presso cui Nello Aliberti si reca con un’auto presa a noleggio) e l’approssimarsi della competizione elettorale lascia ragionevolmente ritenere che esso possa aver avuto ad oggetto una ricompensa, in termini di appalto di lavori edili, in cambio del veicolamento di voti, da parte del gruppo criminale, verso il candidato Monica Paolino“.
Quindi, per il Collegio, Aliberti “vuole dare all’esterno l’impressione di un uomo politico, che rifugge la camorra. Egli infatti vi entra in affari in modo cauto e segreto“, come nel caso dell’invito ai Ridosso a costituire una ditta da intestare ad un prestanome per avere l’appalto promesso.
Da ultima, una precisazione. Il Collegio non contesta ad Aliberti un rapporto o una disponibilità sistematica con la camorra, ma di essere coinvolto “personalmente nelle competizioni elettorali, dove vuole vincere a tutti i costi, non facendosi scrupolo di entrare in personale rapporto con la camorra per stringerci accordi illeciti che è tenuto, poi, ad onorare“.