Scafati, Clan della droga: in 12 chiedono lo sconto di pena

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Dei 14 imputati che avevano scelto il rito ordinario nel maxi processo alla “cricca della droga” tra l’Agro nocerino e l’area vesuviana, 12 hanno presentato appello contro le condanne inflitte lo scorso anno, per un totale complessivo di 95 anni di carcere.
Due invece non affronteranno il secondo grado di giudizio: Giuseppe Buonocore, alias Peppe ’e Scafati, e un 63enne, deceduto nel frattempo.

Buonocore, ritenuto il capo dell’organizzazione, aveva incassato in primo grado 30 anni di reclusione in continuazione di pena. Grazie alla legge Cartabia, che consente la revisione e il ricalcolo delle pene, ha deciso di non presentare appello e di beneficiare così dello sconto previsto.

Gli altri imputati e le pene

A chiedere lo sconto ci sono invece:

  • Francesco Berritto, condannato a 12 anni e 9 mesi;
  • Pasquale Panariello, a 9 anni e 8 mesi;
  • Antonio Palma, a 9 anni e 4 mesi;
  • Barbato Crocetta, a 7 anni e un mese.

Tutti sono accusati di associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti, i cui proventi, secondo la Direzione Distrettuale Antimafia, servivano a rinforzare le casse dei clan locali, in particolare quello dei Matrone, detto anche “’a Strega”.

Per altri imputati, le condanne oscillano tra i 5 anni di reclusione (come per Antonino Cesarano) e poco più di 2 anni, come nel caso di Vincenzo Starita, detto ’a Strega, per il quale erano stati chiesti inizialmente quattro anni. Anche loro hanno deciso di impugnare la sentenza.

Il business della droga

Il giro di affari era vasto e redditizio. Cocaina, marijuana e hashish venivano acquistati a uno o due euro al grammo e rivenduti a prezzi raddoppiati sul mercato dello spaccio tra Scafati, l’Agro nocerino e i comuni vesuviani, con introiti da decine di migliaia di euro a settimana.

Il denaro, gestito con la complicità di altri sodalizi criminali, confluiva nelle casse dei clan, in particolare in quelle del gruppo Matrone, attraverso Filomena Generali, figlia del defunto boss Franchino Matrone, e il marito Peppe Buonocore.

Il ruolo di Buonocore e della moglie

Secondo la DDA, Giuseppe Buonocore fissava i prezzi, acquistava la droga all’ingrosso e la rivendeva a prezzo maggiorato, generando profitti mensili consistenti.
Quando era detenuto o sottoposto a misure cautelari, sarebbe stata la moglie a gestire gli affari, continuando le attività di acquisto e cessione di stupefacenti anche dalla propria attività commerciale di Scafati.

Buonocore è stato indicato come capo indiscusso della cosca scafatese, capace di mantenere attivi i canali di approvvigionamento e distribuzione anche nei periodi di detenzione.

Gli altri nomi del processo

Nel procedimento ordinario figurano anche Antonio Muollo, detto ’o Lallone, Gabriele Desiderio di Pagani e Raffaele Irtini di Gragnano.
Tutti accusati di far parte, a vario titolo, del sistema di spaccio e reinvestimento dei proventi nel circuito criminale dell’Agro nocerino-sarnese.

Il quadro generale

In primo grado, il Tribunale aveva emesso condanne pesanti per traffico e associazione, descrivendo un’organizzazione strutturata, con ruoli precisi, canali di fornitura stabili e un sistema di distribuzione capillare.
Ora, con 12 ricorsi in Appello e due posizioni chiuse — quella di Buonocore e quella del 63enne deceduto — la vicenda giudiziaria entra in una nuova fase.