Scafati. Aliberti “scomunica” Don Giovanni De Riggi

Scafati. “Oggi di due anni fa, dopo anni di indagini, fui portato ingiustamente in carcere mentre i teste dell’accusa, i miei avversari festeggiavano al solito bar con champagne.”, comincia così il ricordo di Pasquale Aliberti per quello che fu il giorno più brutto della sua vita e di quella dei suoi cari. Decine e decine furono allora le manifestazioni di affetto e di stima, unitamente a tutte quelle che credevano nell’ingiustizia che si stava commettendo a suo discapito.

A leggere le sue parole, tutto è riconducibile all’immagine di un uomo ferito nell’anima e come potrebbe essere diversamente? Alcune “esperienze” lasciano segni indelebili, cicatrici che difficilmente si rimarginano a prescindere dalla presunzione di innocenza o di colpevolezza. Eppure, nonostante tutto, il dottore Aliberti non perde la sua verve né l’occasione per dire la sua su questo o l’altro argomento che riguardi la città.
Non si capisce bene se è diventata una ossessione o una “deformazione professionale” anche se la sua prima professione è tutt’altra. A volte sembra vendetta, altre volte sete di giustizia per la serenità che hanno scippato alla sua famiglia prima ancora che alla sua persona, altre volte ancora sembra essere quell’irrefrenabile, forse compulsivo, bisogno di dire come stanno le cose a Scafati. Una di queste ipotesi o forse tutte insieme, sta di fatto che l’ex sindaco di Scafati non ne lascia passare una. Non si risparmia nemmeno quando c’è da “attaccare” quella che fu la sua guida spirituale.

E’ su Don Giovanni De Riggi che ha puntato il riflettore qualche giorno fa e al prete si rivolge con una lettera aperta pubblicata su Facebook:

Caro don Giovanni,
mi rivolgo al prete che mi conosce sin da ragazzo, che mi ha sposato e ha battezzato i miei figli, al parroco con cui, da sindaco, abbiamo fatto tante iniziative per la nostra amata comunità, al pastore che ha assistito mia moglie e la mia famiglia nei mesi durissimi della mia carcerazione…..a te voglio porre una domanda, oggi a distanza di due anni dal mio arresto e dei brindisi dei testimoni dell’accusa che per gran parte sono oggi al governo della città.

Gli stessi con i quali, da sacerdote, hai deciso di collaborare, nell’interesse della città, a mettere in campo iniziative, leggo, per rilanciare il commercio: lodevole.
Tante volte mi é stato suggerito di abbassare i toni, spegnere i riflettori sulla mia vicenda, buttarmi alle spalle il passato, e tutte le volte io ho risposto, anche a te don Giovanni, che la carne mi brucia ancora delle offese e del dolore, e che quando guardo i miei figli voglio che loro abbiano giustizia ancor più di me perché IO NON SONO UN CAMORRISTA.
Ebbene agli amministratori attuali, al sindaco, al presidente del consiglio, nel mentre fate i tavoli tecnici, partecipate al forum dei giovani, mentre pregate in chiesa o davanti alla Madonna, durante la festa Patronale, in modo strumentale si continua a ribadire che io avrei portato il comune allo sfascio, qualcuno lo dice di abbassare i toni? Di smetterla di coprire la loro incapacita’ incolpando sempre e solo la mia persona? Di continuare a darmi impunemente del camorrista, in spregio alla giustizia e al diritto, come scrissero due anni fa sulle mura della Chiesa di Maria SS delle Vergini e su quelle del Comune, sapendo di mentire spudoratamente?

Qualcuno gli dice mai: smettetela, avete gia’ massacrato un uomo e una famiglia, ora andate avanti per la vostra strada e fate vedere cosa sapete fare da amministratori, da competenti?

Tu, don Giovanni, che mi conosci come uomo nel profondo, quando hai seduto, in conferenza stampa insieme a costoro, hai provato a dirgli quella verità che conosci oltre il tuo essere uomo?
Nonostante tutto rimane grande il rispetto per te e quella fede che mi hai insegnato e che mi ha aiutato nei giorni del bisogno.”