Da ieri, grazie all’amministrazione comunale, Giovanni Vastola ha quel che merita, cioè l’intitolazione dello stadio nella sua San Valentino, lui che è stato il più forte calciatore dell’Agro di sempre, da lassù sorriderà di nuovo. Tre cose simboleggiano la vita di Giovanni Vastola; la bicicletta, il pallone ed il treno. La bicicletta perché, giovanissimo, da San Valentino Torio gli serviva per raggiungeva Palma Campania ed allenarsi con la Palmese. I dirigenti rossoneri l’ avevano adocchiato nel campionato di promozione del 1958 nella partita contro la Pro Poggiomarino. Si fece di tutto per portarlo a Palma, ricorrendo anche ai buoni uffici ed all’ opera di intermediazione del politico locale più rappresentativo del tempo, l’ onorevole Giovanni D’ Antonio.
L’ allenatore Elia Peluso lo ebbe a disposizione per il campionato successivo.
Fisico non eccelso, Vastola aveva dalla sua il pregio di essere ambidestro e quindi di potere essere schierato sia a destra che a sinistra del fronte d’ attacco. Sovente veniva impegnato anche come punta centrale. Disputò un ottimo campionato ed alla fine della stagione fu dirottato al gruppo sportivo Fiamme Oro di Roma. I dirigenti rossoneri ebbero la lungimiranza, credendo fortemente nel valore del giovane Vastola, di conservare la proprietà del cartellino. Nel 1961, Vastola si accingeva a prendere il treno, il secondo elemento caratteristico della sua vita, dalla stazione termini di Roma per far ritorno A Napoli. Sente una voce da lontano che chiama. Era l’ allenatore del Lanerossi Vicenza Manlio Scopigno che, sue due piedi, lo convinse a firmare un contratto con i biancorossi vicentini. I lanieri per usufruire delle prestazioni di Vastola versarono alla Palmese ben sette milioni e mezzo di lire. Debuttò in serie A nel 1963 nel corso della partita che il L.R. Vicenza disputò contro la Spal. L’ anno successivo passò al Varese, poi al Bologna ed infine all’Inter.
La società nerazzurra era guidata da Fraizzoli e l’ allenatore era Alfredo Foni.
Con l’ arrivo sulla panchina di Heriberto Herrera, i rapporti tra Vastola e l’ entourage nero azzurro iniziarono a vacillare. Molte le incomprensioni con Vastola, che soffriva la presenza ingombrante del giovane attaccante emergente Boninsegna. Prima della trasferta a Roma Vastola s’inalberò al punto tale di abbondare il ritiro per prendere il treno, ancora la ricorrenza, per Varese, dove nel frattempo aveva preso casa. I giornali sportivi del tempo intitolavano, “ Vastola, ribelle del calcio, in fuga dall’ Inter”. Alla fine fu una separazione consenziente con il club nero azzurro e Vastola fece ritorno al Bologna.
Il tempo di una breve parentesi calcistica in Canada tra le fila del Toronto, anche in questo precursore dei tempi, poi il Sorrento in serie B, Piacenza ed epilogo della carriere calcistica tre le fila del Tortona. Come allenatore ha guidato molte squadre calabresi di serie D, vivendo il momento di maggior gloria alla guida del Cesenatico con cui conquistò la promozione in serie C/2. Tante le presenze in serie A. Una convocazione con la Nazionale di Ferruccio Valcareggi e molte le reti messe a segno nel massimo campionato, lui che proprio una prima punta non era.
Ha sempre giocato a fianco di fior d’ attaccanti. Nel L.R. Vicenza con Vinicio; nel Varese con Anastasi; nell’ Inter con Boninsegna; nel Bologna, nella prima esperienza, con Pascutti e nella seconda esperienza con il giovane Beppe Savoldi. Infine, l’ ultimo, ma il più importante elemento caratteristico della sua vita, il pallone. Tanti i sacrifici fatti per rincorrere il pallone ed alla fine premiati con una carriera coronata di successi.
Il pallone, anche perché, il suo capitano portiere della Palmese del tempo, Giuseppe Montanino, durante gli allenamenti gli gridava: “ GIOVA’! TIRA QUESTO PALLONE, TANTO LO PARO”.

