Salerno. Santoro: “Asl intervenga sulla situazione della mancanza del Medico di base in alcuni quartieri della città”

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I quartieri di Fuorni e San Leonardo sono in agitazione, la causa? Lo storico Medico di Assistenza Primaria (in gergo detti Medici di Base) nei prossimi giorni andrà in pensione dopo decenni di onorata carriera e nel mentre l’ASL non ha assegnato la sostituzione a nessun medico omologo e per svariati mesi ci sarà un buco che non verrà colmato da nessuno costringendo centinaia di famiglie a dover cercare assistenza medica altrove.

La situazione di grave disagio, acuita dal periodo estivo e dalle esigenze connesse in particolare per utenti anziani e con patologie, ha richiamato l’attenzione del Consigliere Comunale Dante Santoro che è intervenuto per fare da portavoce del problema e cercare una soluzione al più presto: “E’ gravissimo che chi aveva il potere di evitare tutto ciò non l’ha fatto, l’ASL deve assolutamente risolvere questa vicenda e non può lasciare vacante una posizione di tale importanza per la prevenzione e la tutela della salute delle famiglie di interi quartieri.

In vista del caldo afoso estivo si acuiranno i problemi per utenti deboli e non aver previsto una successione ad horas del Medico di Assistenza Primaria di Fuorni è fuori da ogni ragione. Scriverò a chi di competenza per portare le istanze dei cittadini allarmati e risolvere la questione. La mia solidarietà ai cittadini di Fuorni, San Leonardo e della Zona Orientale ed un saluto anche al Medico che dopo decenni di onorata carriera andrà in pensione ma con l’angoscia di non sapere se e come verrà data la giusta tutela ai propri pazienti.”

La storia cambia aspetto

Un cambiamento generazionale senza precedenti dell’assistenza sanitaria. Da qui a tre anni, circa 15 milioni di italiani dovranno salutare il proprio medico di famiglia e non tutti avranno qualcuno al suo posto. Colpa della gobba pensionistica, che fino al 2024 porterà fuori dal sistema sanitario il 31% di questi professionisti e fino al 2025 addirittura il 38%. Nel sistema si aprirà una voragine e sarà molto difficile riempirla. Secondo i calcoli di Fimmg, il principale sindacato di categoria, almeno per i primi anni i nuovi giovani formati saranno troppo pochi per compensare le uscite. Dovranno essere trovate soluzioni per non lasciare senza medico oltre 3,5 milioni di cittadini. Ma questi dottori, da poco coinvolti anche nella somministrazione degli antivirali contro il Covid, sono fondamentali anche per realizzare la riforma dell’assistenza territoriale pensata con il Pnrr, che prevede nuove strutture, le Case di comunità, dove dovrebbero lavorare anche loro. In questa situazione di organici, e con Regioni e ministero alla Salute non sempre sulla stessa linea riguardo a come procedere, sarà difficile dare il via alle novità.

I medici di famiglia al 1 gennaio dell’anno scorso erano 40.769. Fino al 2024 ne escono oltre 3 mila all’anno a causa dei pensionamenti. Il problema è il reclutamento delle nuove leve. Per diventare dottore di famiglia bisogna fare un tirocinio post laurea di tre anni. I posti a disposizione però sono meno del numero dei pensionandi, anche mille all’anno per tre anni. Questo, tra l’altro, dando per scontato che tutti coloro che concludono il ciclo di formazione poi decidano di fare il medico di famiglia e non magari, come invece succede, un’altra attività. Ebbene, visto che un professionista ha in media 1.200 pazienti, con 3mila medici in meno circa 3,5 milioni di italiani rischiano di rimanere senza dottore.

Vista la situazione, le Regioni si stanno organizzando. I tirocinanti, comunque seguiti da un tutor, possono avere dei loro assistiti in via provvisoria per coprire le zone dove non ci sono dottori. La Toscana, ad esempio, permetterà ai giovani che si formano di avere fino a 1.500 pazienti contro gli 800 attuali. Un modo per fronteggiare le carenze.

Ma sullo sfondo dei problemi di carenza dei medici di famiglia, e nemmeno tanto lontano, c’è una grande riforma dell’assistenza territoriale. Il Pnrr prevede infatti una nuova organizzazione, con al centro le Case di Comunità, cioè dei super ambulatori (al quale dovrebbero far riferimento 50 mila persone) nei quali dovranno lavorare anche i medici di famiglia, insieme ad altri specialisti, infermieri, psicologi, amministrativi. I fondi del Piano servono a finanziarle ma per farle davvero lavorare hanno bisogno appunto del personale. Per questo ministero e Regioni lavorano anche a una riforma sulle cure primarie. E qui ci sono problemi. Oggi i medici di famiglia sono convenzionati con le Asl e molte amministrazioni locali vorrebbero che diventassero dipendenti, così da poter essere messi nelle Case della comunità a lavorare per parte del loro orario o per tutto. Ma oggi i tirocinanti sono troppo pochi, anche per sostituire chi va in pensione.