Rischio Vesuvio: i timori dopo gli incendi

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Lo aveva già detto il geologo Franco Ortolani mentre il Vesuvio bruciava. Dopo le fiamme ci sarebbero stati rischi per la tenuta idrogeologica della montagna. Alle sue parole aveva fatto eco la geologa Adriana Nave che collabora proprio con il Parco nazionale. Ora l’allarme arriva dai ricercatori del Cnr: “non solo perdita del patrimonio forestale: una delle conseguenze dell’incendio boschivo del Vesuvio consiste nell’aumento del rischio idrogeologico per la potenziale invasione di flussi fangoso-detritici nelle le aree urbane, a valle dei versanti devastati dal fuoco”.

L’immagine tratta da Copernicus evidenzia le aree devastate dagli incendi che erano ancora attivi sul versante settentrionale del Monte Somma e in quello sud occidentale del Vesuvio. “Il problema conseguente alla devastazione della vegetazione – dicono i ricercatori – è rappresentato dall’incremento del rischio idrogeologico per le aree a valle che possono essere interessate da scorrimento di flussi fangoso-detritici se i versanti verranno interessati da nubifragi nei prossimi mesi”.

“Nella parte incendiata del Vesuvio – continua la nota – non è presente una marcata rete idrografica, per cui un eventuale deflusso rapido di acqua, fango e detriti vari potrebbe seguire vie artificiali (es. strade), fino a raggiungere depressioni morfologiche più marcate in cui avverrebbe la canalizzazione. Come si vede nella figura, le vie di scorrimento interessano aree variamente urbanizzate, dove un flusso fangoso-detritico rapido potrebbe causare devastazioni varie e danni alle persone, soprattutto in seguito a nubifragi intensi e improvvisi”.

Questo schema intende evidenziare la generalità del nuovo problema di sicurezza ambientale causato dall’incendio; è evidente che occorre elaborare un dettagliato piano di protezione civile per le aree a valle dei versanti incendiati che possono essere invase dai flussi fangoso-detritici.
La cenere che dopo l’incendio ricopre il suolo rappresenta un livello impermeabilizzante che favorisce lo scorrimento dell’acqua di pioggia; se la pioggia è tipo nubifragio (diverse decine di millimetri in alcune decine di minuti), i versanti incendiati possono essere interessati da intenso e concentrato ruscellamento.

“Questi flussi incanalati di tipo fangoso-detritico – sottolineano gli scienziati – soprattutto nelle parti più inclinate, possono evolvere rapidamente in flussi catastrofici rapidi in grado di causare danni considerevoli a manufatti e persone”.

Dall’inizio del nubifragio al sopraggiungere di flussi incanalati nelle aree urbane a valle, “ci vogliono alcune decine di minuti come verificato in altre zone precedentemente devastate da flussi fangoso-detritici”.

Come rilevato a Montoro Superiore alcuni anni fa, “sono sufficienti 14 ettari di versante boscato incendiato per originare un flusso fangoso-detritico devastante”.

Secondo i ricercatori del Cbr bisogna intervenire subito su alcuni punti: elaborazione di piani di protezione civile consistenti in un intervento di pulizia degli alvei liberandoli da detriti vari; delimitazione delle aree urbane potenzialmente interessate da flussi fangoso-detritici; attivazione di un sistema di allarme idrogeologico immediato consistente in una rete di pluviometri ubicati lungo i versanti incendiati. Ne occorrerebbero almeno cinque in grado di registrare le precipitazioni ogni tre minuti, collegati con una centrale di monitoraggio dove affluiscono i dati pluviometrici.

“L’innesco di flussi fangoso-detritici – aggiungono – può avvenire in relazione a precipitazioni tipo nubifragio che sono agevolmente individuabili in quanto danno luogo ad una curva pluviometrica tipica riconoscibile dopo alcuni minuti dall’inizio del nubifragio”. In tal modo è possibile individuare il nubifragio sul nascere e dare l’allarme con alcune decine di minuti di anticipo alle aree a valle già delimitate dal piano di protezione civile e che possono essere interessate da eventuali flussi fangoso-detritici provenienti dalle zone incendiate.