Per mesi è sembrata una strada senza ritorno. Poi qualcosa si è incrinato. A Bruxelles il tema delle auto elettriche non è più un dogma intoccabile e il 2035, la data simbolo dello stop ai motori a combustione interna, oggi appare meno scolpita nella pietra. I numeri, più delle parole, stanno imponendo una riflessione profonda.
Il quadro che cambia sotto gli occhi dell’Europa
La notizia prende forma nei palazzi della Commissione europea, ma nasce molto più lontano. Nelle concessionarie vuote. Nei piazzali pieni di auto invendute. Nei dati che raccontano un mercato che non risponde come previsto.
L’Europa, almeno per ora, non può permettersi un parco auto a zero emissioni. Non senza un sistema di incentivi massicci che di fatto stanno drogando il mercato. In Italia, nel 2025, la quota di nuove immatricolazioni di veicoli elettrici ha superato di poco il 5%. Un dato che pesa, soprattutto se confrontato con gli obiettivi fissati solo dieci anni prima del temuto divieto ai motori termici.
Il divario è ancora più evidente nelle regioni meridionali, dove infrastrutture carenti, redditi più bassi e distanze maggiori rendono l’auto elettrica una scelta complicata, spesso impraticabile.
Il prezzo del Green Deal sull’industria
La transizione ecologica ha avuto un effetto collaterale che oggi nessuno può più ignorare. Il tappeto rosso steso ai marchi cinesi. Favoriti da una filiera delle batterie più matura e meno costosa, i produttori asiatici hanno guadagnato spazio nel mercato europeo mentre i costruttori storici entravano in difficoltà.
Calo delle vendite. Margini ridotti. Tagli ai posti di lavoro lungo tutta la filiera dell’automotive. Un settore che in Europa non è solo industria, ma identità economica e sociale.
È in questo contesto che la Commissione europea ha iniziato a valutare una parziale retromarcia sulla direttiva che impone lo stop totale ai motori a combustione interna dal 2035.
Le prime crepe nella linea dura di Bruxelles
I segnali arrivano da più parti. Secondo indiscrezioni riportate anche dalla stampa economica internazionale, la presidente Ursula von der Leyen starebbe lavorando a una strategia alternativa. Non un passo indietro totale, ma un cambio di rotta significativo.
Da un lato l’annuncio di una E-car low cost Made in Europe, pensata per rendere l’elettrico più accessibile. Dall’altro la possibilità concreta di abolire il divieto assoluto di vendita delle auto a benzina e diesel dal 2035, sostituendolo con un obiettivo di riduzione delle emissioni inferiore al 100%.
In pratica, non più un taglio netto, ma una soglia. Una riduzione importante, ma non totale.
I numeri che non bastano
Nei primi dieci mesi del 2025, le vendite di auto elettriche in Europa sono cresciute del 26%, portando la quota di mercato al 16%. Un dato che sulla carta sembra positivo, ma che nei corridoi di Bruxelles viene letto con maggiore prudenza.
Perché non basta. Non se confrontato con gli investimenti richiesti, con i tempi di riconversione industriale e con la realtà dei consumatori.
Molti automobilisti non sono disposti a cambiare abitudini. Anche a parità di prezzo, la maggioranza degli italiani continua a preferire l’auto termica. Più semplice. Più prevedibile. Senza l’ansia delle colonnine e delle ore di attesa per la ricarica.
Il mercato dell’usato come campanello d’allarme
C’è un altro dato che pesa più di altri. La svalutazione rapida delle auto full electric sul mercato dell’usato. Un problema che spaventa famiglie e lavoratori, soprattutto in un contesto economico fragile.
Un’auto che perde valore velocemente non è un investimento. È un rischio. E questo frena ulteriormente la diffusione dell’elettrico, al di là degli slogan.
L’idea di cancellare dai listini europei i motori tradizionali rischia così di trasformarsi in un boomerang economico. Un tracollo senza precedenti, come temono sempre più operatori del settore.
La proposta sul tavolo: emissioni ridotte, non azzerate
È qui che prende forma l’ipotesi più concreta. Come riportato anche dal Financial Times, Bruxelles starebbe valutando una revisione delle regole sulle emissioni di CO₂.
L’obiettivo del 100% potrebbe essere abbassato. Si parla di consentire la vendita di veicoli con emissioni fino al 10% dei livelli del 2021 anche dopo il 2035. Un numero limitato, prestabilito, di auto a benzina e diesel continuerebbe quindi a essere commercializzato.
Per ridurre l’impatto ambientale, queste vetture dovrebbero essere prodotte con materiali a minore impronta ecologica, come l’acciaio green. Una soluzione di compromesso che permetterebbe di salvare una parte del motore termico senza rinnegare del tutto gli obiettivi climatici.
Un target del 90% riaprirebbe di fatto la porta al motore tradizionale. Con buona pace dei puristi del green.
Il ruolo dei biocarburanti
Un altro elemento che sta tornando al centro del dibattito è l’utilizzo dei biocarburanti. Per anni considerati una soluzione marginale, oggi vengono rivalutati come possibile alternativa all’elettrico puro. Intanto, nel 2026 ci sarà un anno nero per chi guida auto a diesel.
Accettare i biocarburanti significherebbe non vincolare il futuro dell’auto europea a una sola tecnologia. Una scelta pragmatica, che guarda alle emissioni complessive più che al tipo di motore.
Range extender: il compromesso che convince
Tra le opzioni più discusse c’è quella dei veicoli range extender. Auto elettriche dotate di un piccolo motore a combustione interna che non muove le ruote, ma serve solo a ricaricare la batteria.
Il vantaggio è immediato. Batterie più piccole. Costi ridotti. Nessuna ansia da autonomia. Il motore lavora sempre in condizioni ottimali, con consumi contenuti ed emissioni inferiori rispetto a un’auto tradizionale.
Per molti automobilisti, questa potrebbe essere la soluzione di mezzo accettabile. Un compromesso che unisce tecnologia elettrica e praticità quotidiana.
Bruxelles davanti alla scelta decisiva
La Commissione europea ha aperto il tavolo. Tutte le opzioni sono sul tavolo. E a breve è atteso un atto ufficiale che potrebbe segnare una svolta storica, arrivando persino a sconfessare l’impostazione originaria del Green Deal.
Non è solo una questione ambientale. È una scelta industriale, sociale, politica. Riguarda milioni di lavoratori, famiglie, imprese.
Una transizione che non può ignorare la realtà
La sensazione, sempre più diffusa, è che l’Europa stia prendendo atto di un dato semplice. La transizione ecologica non può essere imposta ignorando il contesto reale. Infrastrutture, redditi, abitudini, tecnologia disponibile.
Il futuro dell’auto europea si gioca ora. Tra ambizione ambientale e sostenibilità economica. Tra ideologia e pragmatismo.
La domanda resta aperta. Bruxelles farà davvero un passo indietro o troverà una nuova strada per andare avanti senza lasciare indietro nessuno? Il 2035 è più vicino di quanto sembri. E il tempo, come il mercato, non aspetta.

