Nemmeno lui se l’immaginava: da Reggio Calabria a tutti i posti del mondo, specialmente del mondo in guerra, con la capacità di raccontare l’evento bellico restando legato all’umanità dello scenario e dei personaggi. E’ stato così bravo da descrivere alla perfezione anche la sua guerra: quella col cancro. E’ morto Mimmo Candito, storica firma de La Stampa. A gennaio aveva compiuto 77 anni e della sua “guerra contro il cancro” non aveva mai fatto mistero, scrivendone articoli e un libro “55 vasche. Le guerre, il cancro e quella forza dentro”. Nel 1970 l’arrivo a Torino a La Stampa dove arriva a ricoprire l’incarico di inviato speciale. Con questo ruolo racconterà molti dei conflitti che martoriano il pianeta, da quelli Medio Oriente, all’Asia, passando per l’Africa e il Sud America. È stato uno dei pochi cronisti che ha assistito e scritto sia della guerra in Afghanistan portata avanti dall’esercito dell’Unione Sovietica che, poi, dagli Stati Uniti, ma soprattutto i suoi racconti sono legati alle Guerre del Golfo, vissute da vero reporter. Lo salutiamo con una frase di Nicolai Lilin: “In guerra mi facevano più impressione i vivi, che i morti. I morti mi sembravano dei recipienti usati e poi buttati via da qualcuno, li guardavo come se fossero bottiglie rotte. I vivi, invece, avevano questo terribile vuoto negli occhi: erano esseri umani che avevano guardato oltre la pazzia, e ora vivevano abbracciati alla morte”.

