“Quella notte a pestarmi furono in 5”. Il racconto choc dell’africano picchiato per aver rubato ad un bambino

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«Mi sarei lanciato anche se fossi stato al terzo piano. Quella era la mia unica via di uscita». Sono alcuni degli stralci del racconto del 34enne africano, che la sera dell’11 febbraio fu picchiato da più persone per aver tentato di sottrarre un cellulare ad un ragazzino di Nocera Inferiore. Quel ragazzino era il figlio di uno dei suoi aggressori. Per quei fatti, furono arrestati in due, accusati di lesioni e violazione di domicilio. Una volta avvistato l’africano presso piazza Sant’Antonio, gli si sarebbero lanciati contro, per picchiarlo e fargli pagare quanto commesso poco prima. In un secondo momento, quando la vittima tentò la fuga, lo rincorsero fino ai pressi della sua abitazione. Presso la quale tentarono di entrare, costringendo la vittima a lanciarsi dal primo piano e a mettersi in salvo. Per quei fatti, la procura ha ora chiesto che i due nocerini vengano giudicati con rito immediato. Dalle carte del fascicolo, emerge tuttavia la circostanza che a pestare lo straniero non furono solo in due, ma almeno cinque. Le indagini sono in corso per verificare quanto verbalizzato dai carabinieri quella sera, dopo l’ascolto di diversi testimoni. Ma più di tutti, andrà riscontrata la denuncia della vittima, un cittadino di Capoverde munito di regolare permesso di soggiorno. Il suo racconto iniziò così:

«Erano le 21.00 e mi trovavo in piazza Sant’Antonio insieme al mio amico. Vidi sopraggiungere un’auto con a bordo quattro persone di sesso maschile. Dopo che altri ragazzi presenti si erano allontanati dalla piazza, una di queste persone scese dal mezzo. Tre di loro si diressero subito verso di noi, mentre l’altro, invece, andava nella direzione opposta per poi tornare subito indietro armato di un grosso bastone che ho visto recuperare in terra. Tentavo di scappare, ma il conducente dell’autovettura mi afferrò sul braccio destro e mi disse più volte: «Cosa hai fatto al bambino?». Ero sicuro di non aver fatto nulla e mi resi conto che avevano sbagliato persona. Lo dissi subito, ma l’uomo continuava a stringermi il braccio all’altezza del polso. Ho visto che quello armato di bastone provava a colpirmi alla testa. Alzai il braccio e parai il colpo, poi riuscì a liberarmi dalla morsa e a correre verso la caserma rossa». A questo punto il racconto si sposta in casa, dove la vittima riesce a giungere, per poi chiudersi in bagno e riprendersi dallo spavento: «Sentì delle persone salire le scale. Mi affacciavo e vedevo gli stessi tre che mi avevano aggredito in piazza. Colpivano a calci la porta del bagno, con l’intento di sfondarla, come poi riuscivano a fare. Riuscì a mantenerla chiusa con la forza del mio corpo, ma fui costretto ad aprirla perché non riuscivo più a resistere alla pressione. Iniziarono a colpirmi violentemente con i bastoni. Ero bloccato in bagno. Per disperazione, aprì la finestra e mi lanciai nel vuoto. Era la mia unica via d’uscita. Quando mi rialzai (l’uomo cadde su di una macchina, ndr) vidi nel cortile altri due uomini. Riuscivo ad uscire in strada e a scappare, trovando rifugio in un fabbricato, nascondendomi per timore di essere trovato».