PUNTI DI VISTA: Educare è ancora possibile?

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Nel libro “La gioia di educare” edito da Einaudi ( 2008 ), Paolo Crepet tenta di delineare i confini entro cui è possibile educare i figli in una società digitalizzata come la nostra.

Il termine educare deriva dal latino educere e significa “trarre fuori”, ossia “tirare fuori da ognuno il talento che ha”. Avviene realmente questo?

Crepet è uno psicologo e sociologo, abituato a registrare le difficoltà dei giovani e delle famiglie nel processo di crescita individuale e sociale, che discetta sulla precarietà emotiva che osserva dilagare nei rapporti tra gli adulti e i giovani. I genitori risultano sempre più in difficoltà nel fronteggiare le richieste dei figli, sempre meno abituati a confrontarsi con i rifiuti. I “no” sono necessari a sviluppare le competenze per imparare a destreggiarsi in modo maturo,  in un mondo sempre più complesso, che richiede la capacità di adattarsi velocemente a situazioni sempre nuove con spirito critico.

Gli adulti devono svolgere il compito genitoriale per riappropriarsi della dignità e dell’autorevolezza necessarie per ritornare ad essere il punto fermo nella vita dei giovani. La dignità, cui si riferisce lo psicologo, indica il “non mettersi in ginocchio davanti ad un figlio”, ma salvaguardare il ruolo di capitano di cui un figlio ha bisogno anche quando diventa adulto.

Un genitore deve essere forte e “mettere davanti alle responsabilità” il giovane quando cerca facili soluzioni nelle difficoltà quotidiane, senza archiviarle tra i problemi già risolti da altri.

Ma come riuscire ad essere d’esempio se il genitore fa le stesse cose dei figli? Se usa i social in modo smodato, continua Crepet, utilizza gli stessi codici comunicativi come avviene tra pari, e rinuncia al ruolo che gli è proprio.

Anche nell’istituzione scolastica, l’adulto svincola il ruolo che gli spetta, eludendo la possibilità di dare vita ad una “scuola che offra ai bambini mille opportunità, una scuola che li renda autonomi o semplicemente più felici”.

L’analisi dello psicologo è severa e critica l’atteggiamento per cui “le cose faticose vanno scartate”, a tutto vantaggio di quelle comode.

I giovani sono esposti ad una dipendenza affettiva che caratterizza le relazioni genitori-figli, in cui gli adulti assumono un atteggiamento ricattatorio, rafforzando l’idea per cui la vicinanza assicura un sostegno emotivo e finanziario.

L’educazione spinge alla “sopravvivenza” non alla ricerca di uno spazio dove poter sperimentare l’apprendimento che assicuri il riconoscimento del lavoro prestato; la formazione professionale è proposta come una concessione, non un diritto.

I giovani andrebbero supportati nella scelta di lasciare il paese di origine quando si cerca il riconoscimento del diritto ad una formazione che non preveda lo sfruttamento da parte di datori di lavoro senza scrupoli, abituati a sostituirli alle prime richieste per vedersi riconosciuti i meriti per il lavoro svolto.

Crepet esorta  i genitori a non raccomandare i figli, che andrebbero rispettati e messi di fronte alle scelte in modo responsabile perché solo in questo modo è possibile una  maturazione vera.

Bisogna evitare “che i nostri ragazzi siano costretti – come trapezisti di un circo – ad attraversare la vita in equilibrio su una corda sospesa nel vuoto. Mentre gli adulti non sembrano più in grado di alzare  il loro sguardo al cielo”.