Processo Morione, le difese tentano il colpo di scena

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Nel processo per l’omicidio di Antonio Morione, avvenuto durante una rapina che sconvolse Torre Annunziata e Boscoreale, la giornata in aula si è trasformata in un confronto serrato tra accusa e difesa. Gli imputati, per i quali la procura ha già richiesto il carcere a vita, stanno cercando di mettere in crisi l’intera architettura dell’accusa, sostenendo che molti degli elementi utilizzati per ricostruire i fatti siano fragili, imprecisi e incapaci di reggere a un giudizio oltre ogni ragionevole dubbio.

Protagonista dell’udienza è stato l’avvocato Antonio De Martino, difensore di Giuseppe Vangone. Per oltre un’ora il legale ha illustrato quella che definisce una serie di incongruenze investigative che, secondo la difesa, avrebbero compromesso la lettura corretta dell’intera vicenda. De Martino ha ripercorso sia la prima rapina avvenuta nella pescheria di Giovanni Morione, fratello della vittima, sia il secondo assalto terminato nel sangue, evidenziando come — a suo dire — la dinamica dei fatti non sarebbe stata ricostruita in modo pieno e convincente.

Uno dei punti più delicati sollevati in aula riguarda la ricostruzione fisica dell’autore del delitto. Il difensore ha contestato i rilievi effettuati dagli inquirenti spiegando che l’altezza attribuita a Vangone sarebbe cambiata in più occasioni nel corso delle indagini. Una serie di discrepanze che, secondo la difesa, renderebbero traballante l’identificazione dell’imputato come uno degli autori materiali.

A ciò si aggiunge il nodo delle intercettazioni registrate nelle abitazioni di via Sepolcri, considerate dalla procura uno dei tasselli chiave dell’impianto accusatorio. De Martino ritiene invece che quelle conversazioni non contengano riferimenti espliciti, non offrano un quadro limpido delle responsabilità e non possano essere considerate prove decisive.

Prima della sua arringa era intervenuto l’avvocato Barbuto, rappresentante legale di Acunzo, un altro degli imputati. La sua linea difensiva si fonda sull’idea che il ruolo del suo assistito sia stato marginale e mai determinante nella dinamica del delitto. Secondo Barbuto, la mancanza di elementi chiari sui movimenti di Acunzo dopo l’omicidio rappresenta una lacuna che impedirebbe di attribuirgli una partecipazione diretta all’uccisione di Morione. Da qui la richiesta di assoluzione totale o, al più, di una derubricazione in favoreggiamento.

Il procedimento, che ha tenuto con il fiato sospeso le comunità del territorio, si avvia ora verso una fase decisiva. Nella prossima udienza le pm Ambrosino e Moccia risponderanno punto per punto a tutte le contestazioni sollevate dalle difese, prima di arrivare alla sentenza che dovrà stabilire le responsabilità in uno dei casi più dolorosi degli ultimi anni.