L’Alzheimer è una delle forme più comuni di demenza: insidiosa, progressiva e capace di cambiare radicalmente la vita di chi ne è colpito e di chi gli sta accanto. Ma non è un destino inevitabile. È possibile riconoscerla precocemente, ridurre i fattori di rischio, accedere ai servizi giusti, e sostenere i pazienti e le famiglie in modo più efficace.
Riconoscere i primi segnali
Spesso, i segnali iniziali dell’Alzheimer possono sembrare cambiamenti normali legati all’età o semplici dimenticanze: perdere le chiavi, dimenticare appuntamenti, confondersi sul percorso per tornare a casa. Ma ci sono segnali che meritano più attenzione:
- Ripetere le stesse domande diverse volte.
- Difficoltà a organizzare la giornata o gestire compiti che prima erano facili.
- Disorientamento, per esempio non riconoscere luoghi familiari o perdersi.
- Cambiamenti di umore o di personalità: maggiore irritabilità, ritiro sociale, aggressività.
- Problemi nel linguaggio più gravi: non trovare le parole, dimenticare nomi di persone vicine.
Se si notano questi segnali, è importante parlarne al medico di base, che può segnalare il paziente a un Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD) per una valutazione approfondita.
Diagnosi e centri specialistici
I CDCD svolgono un ruolo cruciale: sono i luoghi dove viene fatta la diagnosi, si definisce il trattamento più adatto, e si assume in carico la persona con demenza e la sua famiglia. Purtroppo, in molti casi, questi centri non funzionano come dovrebbero:
- Tempi di attesa lunghi per accedervi.
- Orari ridotti o apertura solo un giorno a settimana in molte zone.
- Mancanza di personale specializzato, come neuropsicologi.
- Differenze marcate tra regioni, tra Nord e Sud.
Una volta diagnosticata la malattia, è fondamentale che ci sia una comunicazione chiara e rispettosa da parte dei professionisti: non nascondere la verità, ma accompagnarla con empatia, spiegare che cosa cambia e quali sono gli strumenti per affrontare la malattia.
Servizi e assistenza: problemi, soluzioni, diritti
Assistere una persona con Alzheimer richiede tempo, energie e risorse. Qui entrano in gioco:
- Assistenza domiciliare: spesso insufficiente o difficile da ottenere.
- Centri diurni: spazi dove la persona può mantenere relazioni, impegnarsi in attività mentali e fisiche, dare sollievo al caregiver. Sono però pochi, in particolare al Sud Italia.
- Residenze assistenziali (RSA): quando non è più possibile assistere il malato a casa, il ricovero diventa inevitabile. Serve sapere che la componente “sanitaria” è gratuita, ma la parte “alberghiera” (vitto, alloggio, servizi) è a carico della famiglia, salvo casi particolari e secondo ISEE.
Le famiglie spesso affrontano costi molto elevati, non solo monetari ma anche emotivi e fisici. In molti casi, i caregiver rimangono soli, senza supporto sufficiente, portando a stress, burnout, problemi di salute.
Ridurre il rischio: cosa possiamo fare
Non esiste una cura definitiva per l’Alzheimer, ma la ricerca ha evidenziato che modificare alcuni comportamenti può ridurre o ritardare l’insorgenza della malattia. Una commissione internazionale, nella rivista The Lancet, ha aggiornato una lista di fattori di rischio modificabili. Ecco i principali:
- Livello di istruzione basso
- Ipertensione
- Problemi di udito
- Fumo
- Obesità
- Depressione
- Sedentarietà
- Diabete
- Isolamento sociale
- Eccessivo consumo di alcol
- Inquinamento atmosferico
- Trauma cranico
- Colesterolo LDL elevato
- Perdita della vista
Intervenire su questi fattori, già da giovani e continuando nell’arco della vita, può fare una differenza importante. Ad esempio: mantenersi fisicamente attivi (almeno 150 minuti a settimana, anche camminate, biciclette, sport leggere), curare l’alimentazione, coltivare rapporti sociali e attività mentali stimolanti come leggere, fare giochi, partecipare a eventi culturali.
Uno studio italiano coordinato con l’Istituto Superiore di Sanità ha stimato che quasi il 40% dei casi di demenza potrebbe essere evitato se si intervenisse su questi fattori di rischio.
Nuovi farmaci e prospettive
La ricerca sta facendo passi avanti. Sono in arrivo nuovi farmaci, come gli anticorpi anti-beta-amiloide, che però, allo stato attuale, sembrano efficaci solo nelle fasi molto iniziali della malattia, con potenziali effetti collaterali. Non sono una soluzione per tutti, ma rappresentano un segnale importante che sottolinea l’urgenza di diagnosi precoci, di strutture pronte e di personale competente.
Politiche, assistenza organizzata e piano nazionale
Per fare fronte alla sfida dell’Alzheimer serve non solo buon senso individuale, ma una solida strategia a livello nazionale e locale:
- Diffondere e rendere accessibili i CDCD.
- Attivare i Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali (PDTA) in ogni Regione e ASL, per standardizzare e migliorare l’assistenza.
- Sostenere i caregiver: con formazione, supporto psicologico, risorse dedicate.
- Garantire che le linee guida già esistenti vengano effettivamente applicate, ovunque.
- Aggiornare il Piano nazionale demenze: il documento che fornisce indirizzi per la cura, assistenza e accompagnamento delle persone con Alzheimer e delle loro famiglie. Serve un finanziamento strutturale, personale qualificato, investimenti nelle zone dove i servizi sono più carenti.
A chi rivolgersi
Se sospetti che un tuo caro stia mostrando segnali di Alzheimer:
- Il tuo primo interlocutore è il medico di medicina generale: può valutare la situazione, raccogliere la storia clinica e orientarti al Centro per i Disturbi Cognitivi e le Demenze (CDCD).
- I CDCD: fanno diagnosi, indicano percorsi terapeutici e assistenziali.
- Le associazioni familiari (per esempio Federazione Alzheimer Italia) offrono informazioni, ascolto, consulenze, supporto al caregiver.
- L’Osservatorio Demenze dell’Istituto Superiore di Sanità: consulta la mappa online dei servizi (CDCD, Centri diurni, RSA), per individuare quelli vicini a te.

