Pompei: nasce l’azienda vitivinicola nel Parco archeologico

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Per secoli Pompei è stata raccontata come una città ferma nel tempo. Blocchi di pietra, affreschi, strade mute. Oggi qualcosa si muove di nuovo. Non con i passi dei turisti, ma con le radici delle viti. Dentro il Parco archeologico di Pompei nasce una vera azienda vitivinicola. Non una rievocazione. Non un esperimento simbolico. Un progetto produttivo reale, con vitigni autoctoni, tempi agricoli veri e una visione che unisce archeologia, economia e identità.

Il progetto è frutto di un partenariato pubblico-privato tra il Parco archeologico di Pompei e Feudi di San Gregorio ed è stato presentato al Masaf con un titolo che suona come una dichiarazione di metodo: Coltivare la Storia. A Pompei non si conserva soltanto. Si coltiva.

E mentre milioni di visitatori guardano le rovine, sotto la superficie ricomincia una storia che la cenere del Vesuvio aveva solo interrotto, non cancellato.

Vino di Pompei: quando l’archeologia diventa impresa

Il vino di Pompei non nasce per folklore. Nasce per trasformare un’area archeologica in una risorsa viva.

All’interno del Parco prende forma un’azienda vitivinicola che punta su cinque vitigni autoctoni. Tre rossi e due bianchi. Aglianico e Piedirosso per i rossi. Greco, Falanghina e Fiano per i bianchi.

Non si parla di bottiglie immediate. I tempi della vigna sono lenti. La produzione vera partirà tra almeno tre anni. Prima la terra, poi le piante, poi le stagioni. Pompei torna a seguire il calendario agricolo che aveva prima dell’eruzione.

Il ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida, presentando il progetto, ha spiegato che i costi di gestione dei parchi archeologici sono importanti e necessari, ma trasformare alcune aree da costo a risorsa è una sfida vinta. Ha aggiunto che valorizzare significa non lasciare immobili i luoghi, ma renderli capaci di produrre valore, e che questo modello può diventare un paradigma per altri siti italiani.

Il messaggio è chiaro: Pompei non è un museo sotto vetro. È un organismo che può tornare a lavorare.

Vino di Pompei e identità agricola ritrovata

Il vino di Pompei non è solo un prodotto enologico. È una ricostruzione culturale.

Prima del 79 d.C. Pompei era una città agricola, commerciale, viva. Le domus conservano ancora affreschi di vendemmie, anfore, tralci di vite. La vigna non è una novità per Pompei. È un ritorno.

Gianmarco Mazzi, sottosegretario alla Cultura, ha spiegato che la tutela del patrimonio non deve essere solo conservazione storica, ma cura, sviluppo consapevole e capacità di ridare funzione ai luoghi della storia. Coltivare la terra e produrre vino significa seminare identità, conoscenze e responsabilità, rinnovando una vocazione antichissima: quella del vino come ambasciatore di civiltà.

A Pompei, quindi, non si produce solo vino. Si produce racconto.

Vino di Pompei: la strategia dietro il progetto

Dietro il vino di Pompei c’è una strategia precisa. Il Parco archeologico non vuole essere solo uno spazio di visita. Vuole diventare un ecosistema.

L’azienda vitivinicola è parte di un progetto più ampio di azienda archeo-agricola che coinvolge anche la valorizzazione degli ulivi e percorsi di agricoltura sociale.

Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco archeologico di Pompei, ha spiegato che questa strada è quella vincente per ottenere risultati reali per tutto il territorio circostante. Non solo per il sito, ma per l’economia locale, per l’occupazione, per l’immagine internazionale dell’Italia. Pompei smette di essere solo un luogo da proteggere. Diventa un luogo che produce.

Vino di Pompei e il ruolo di Feudi di San Gregorio

Il partner privato è Feudi di San Gregorio, uno dei nomi più solidi dell’enologia italiana. Antonio Capaldo, presidente dell’azienda, ha raccontato che a Pompei si può realizzare ciò che di meglio offre il Paese: un progetto enogastronomico inserito in un contesto culturale unico. Non una cantina qualsiasi, ma una cantina che nasce dentro la storia. Qui il vino di Pompei non compete solo sugli scaffali. Compete nell’immaginario. Ogni bottiglia porterà con sé il peso simbolico di una città che il mondo conosce già. Ma che ora può essere bevuta, non solo visitata.

Vino di Pompei: la lentezza che crea valore

Il vino di Pompei non corre. Tre anni prima della prima produzione significano una cosa semplice: il progetto non è marketing veloce. È agricoltura vera. Le viti devono adattarsi al terreno vulcanico. Le radici devono scendere. Le stagioni devono fare il loro lavoro. In un tempo in cui tutto è immediato, Pompei sceglie la lentezza. Ed è una scelta controintuitiva che diventa strategica. Perché il valore non nasce dalla fretta, ma dall’attesa. Chi visiterà Pompei oggi vedrà i filari crescere. Chi tornerà domani berrà il risultato. È un legame nuovo tra turismo e tempo.

Vino di Pompei e paesaggio archeologico

Una delle sfide del vino di Pompei è l’integrazione con il paesaggio archeologico. Non si piantano vigne sopra le rovine. Si lavora negli spazi già compatibili, rispettando la stratificazione storica. Il vino non invade Pompei. Dialoga con Pompei.

È un progetto che non separa cultura e produzione, ma le sovrappone. Il turista non vedrà solo muri antichi, ma una città che respira ancora attraverso la terra.

Vino di Pompei: economia, non souvenir

Il vino di Pompei non nasce come souvenir da bancarella. Nasce come prodotto di fascia culturale alta. Non solo bottiglie, ma esperienze, narrazione, filiera. Dal vigneto al racconto del territorio. Pompei entra così in un nuovo mercato: quello del turismo esperienziale evoluto, dove chi visita non vuole solo vedere, ma capire, assaggiare, portare via un pezzo autentico di luogo.

Il vino diventa un ponte tra la visita e la memoria. Chi beve quel vino non compra Pompei. La continua.

Vino di Pompei e territorio

Il progetto non riguarda solo il Parco. Il vino di Pompei ha un effetto di trascinamento sul territorio circostante. Occupazione agricola, logistica, accoglienza, comunicazione. Una vigna non è mai sola. Attorno si muove un sistema. E Pompei, che per anni ha vissuto come isola turistica, ora torna a essere centro produttivo.

Non solo biglietti d’ingresso, ma economia reale.

Vino di Pompei: la storia che riparte dalla terra

Pompei è famosa perché è morta sotto la cenere. Ma il vino di Pompei racconta il contrario: che una città può rinascere non ricostruendo case, ma coltivando radici. Sotto quei filari non c’è solo suolo vulcanico. C’è una continuità millenaria. Prima del Vesuvio, Pompei esportava vino. Oggi Pompei torna a produrlo. Non per nostalgia. Per visione. Ed è forse questo il dettaglio più potente del progetto: Pompei smette di essere solo un simbolo del passato e diventa un laboratorio del futuro. Un futuro che non nasce nei convegni, ma nei solchi della terra.

Dove la storia non viene solo studiata. Viene vendemmiata.