Pompei, l’ex sindaco Amitrano scrive alla città

Qualcuno me l’aveva chiesta. Qualcun altro se l’aspettava qualche giorno prima. La realtà è che io non so nemmeno a chi indirizzarla, una lettera così. Figurarsi scriverla in tempi brevi, magari nell’ansia di rispondere chissà a cosa, chissà a chi. La verità è che quando si perde le risposte sono inutili, i tentavi di difendere le proprie ragioni rischiano solo di diventare patetici.

Una settima fa otto consiglieri della ‘mia’ maggioranza, e tre consiglieri del gruppo di opposizione, hanno ritenuto che io non fossi più in grado di guidare questa amministrazione e io, sul serio, non vedo in che maniera dovrei e potrei difendermi dalla loro scelta. A sfiduciarmi sono i rappresentanti dell’elettorato cittadino, le persone cui Pompei aveva, con un voto democratico, assegnato il compito di guidare questa città. La loro scelta, il loro disagio, è evidentemente la scelta e il disagio di una città intera. E se uno non è stupido, questa cosa qui non può che accettarla.

Avrei, quindi, preferito starmene zitto. A leccarmi le ferite, forse. O a riflettere su errori di cui, probabilmente, sono l’unico responsabile.

Il problema è che, però, alcune volte, il silenzio rischia di trasformarsi in una mancanza di rispetto, per chi aveva creduto in me, per chi aveva scelto me per rilanciare Pompei, e ho preferito affidare a questa mia l’unica cosa che sento di dover dire con onestà e umiltà. Vi chiedo scusa. Chiedo scusa a chi mi ha votato, a chi mi ha sostenuto, a questa città, ai suoi giovani, e anche a quella squadra di ‘governo’, consiglieri, assessori, dirigenti, lavoratori, che non hanno trovato in me quella guida, quella leadership, che si aspettavano.

La realtà è che guidare un paese, è tutt’altro che facile. Guidare Pompei, lo è mille volte di più. Bisognerebbe studiare per anni, prepararsi per una vita intera, ad avere un onere ed un onore così alto, importante, impegnativo.

E forse quanto è capitato a me dovrà diventare lezione per molti. Politici improvvisati, amministratori forti solo della capacità di intercettare consensi, o di mettere insieme alleanze e coalizioni impossibili, rappresentanti di una volontà popolare che implode nel delirio di onnipotenza, nella vertigine del potere.

Già. Perché, per quanto possa sembrare eccessivo, la verità è che ritrovarsi da un giorno ad un altro ad essere ‘primo cittadino’ della città che ti ha visto crescere, in molti casi ‘signor nessuno’, è una roba che fa girare la testa, che fa perdere lucidità, che, paradossalmente, ti allontana da tutto e da tutti. Quasi come se ci si ritrovasse detentori di una verità assoluta, di un mandato divino.

Io so, io posso. Dimenticando che poi, proprio il ruolo di un sindaco, è un complicatissimo reticolo di posizioni, vedute, istanze, esigenze, così diverse, da rendere quasi impossibile l’obiettivo prefissato.

Il mio obiettivo, di partenza, era quello di imparare. L’ho detto e l’ho scritto, in tempi non sospetti. Avevo chiesto un anno per rimettere insieme i tasselli di quanto era stato fatto, e ‘non’ fatto, prima di me, di noi. Oltre quell’anno, avremmo dovuto cominciare a lavorare, a disegnare la Pompei che desideravamo. Il Palazzetto dello Sport, le strade, il rilancio della Fonte e la realizzazione definitiva di piazza Schettini, la Biblioteca, il Cinema, il ritorno dei vecchietti nella ristrutturata Casa Borrelli, erano obiettivi reali, possibili, in molti casi addirittura già raggiunti, eppure qualcosa non è andata per il verso giusto“.

Nelle more di questo lavoro, di questo inizio, di questi primi risultati, invece di insistere sui contenuti, sui progetti, sul rispetto dei programmi, ci siamo (mi sono) perso nel complicatissimo gioco degli equilibri di potere. Come se tenere insieme le componenti di un veicolo fosse più importante che conoscere la direzione, il percorso da intraprendere e da seguire.
Questa è la mia colpa.

Quando avrei dovuto solo accelerare, raccogliere i primi risultati, concretizzare gli impegni presi per il futuro di questa città, i bisogni dei suoi abitanti, le speranze dei giovani, delle nuove generazioni, ho sbattuto la faccia sulla complessa realtà delle amministrazioni pubbliche. Calate, molte volte, più nell’ansia di comprendere il potere, di servirlo, come di combatterlo. E in queste complessità ci si perde. Questa è la verità. E alla fine l’unica onestà che rimane è proprio chiedere scusa.

Non tanto per non essere riuscito, in soli due anni e mezzo, a cambiare il volto della città, ma per aver creduto di poterlo fare.

Solo, ‘straniero’ (Salerno, la ‘colpa’ di avere una moglie di Salerno), estraneo alla politica e alle sue complesse e, a volte, inaccettabili dinamiche. Ma le lezioni sono sempre tardive. E oggi, almeno per me, le parole del consigliere regionale Antonio Marciano suonano come un doloroso bilancio che non è nemmeno una scusante, ma è solo un’amara consapevolezza: “(…) puoi vincere le elezioni, ma se sommi esperienze che non condividono lo stesso perimetro di valori, di politica come servizio, di dimensione etica nella gestione della cosa pubblica, di capacità di offrire alle proprie comunità una visione ed un futuro, quelle esperienze crollano sotto la spinta di interessi personali ed opachi”.
Io ho creduto di poter tenere insieme tutto questo.

Sono stato un presuntuoso. Chiedo scusa a tutta la città.

Troppo facile? No, credetemi, no. Perché oltre al senso di sconfitta, si fa spazio, in me, anche una pericolosa disillusione. E nella vita si può perdere, ma non bisogna mai ingenerare il dubbio che sia diventato troppo difficile vincere. Che la politica sia il male, e i sogni diventino, d’un tratto, un giochino per inguaribili romantici.

E allora mi piacerebbe pensare che questa lettera, non rappresenti solo un presa d’atto, una banale resa, ma possa trasformassi, per chi vorrà, in una ragione per crederci ancora, partendo proprio dagli errori fatti. I miei. Quelli di un uomo che avrebbe solo voluto il tempo di mantenere le promesse. E che, forse, ci stava anche riuscendo. Ma tant’è.
La verità rende liberi”. È un brano del Vangelo di domenica scorsa. Io ho bisogno di questa libertà, per ricominciare“.