Dalle frasi oscene ai versi d’amore tra donne: le scritte sui muri svelano la vita quotidiana e sentimentale dell’antica città
«Filius salax qud tu mulierorum difutuisti»: si scrive così e si legge, senza troppi giri di parole, «Figlio mio lussurioso, quante donne ti sei fottuto». È una delle frasi più esplicite emerse tra i graffiti dell’antica Pompei, rinvenuta sotto un affresco e diventata emblema del linguaggio diretto, colloquiale e spesso volgare che animava le pareti della città prima dell’eruzione.
Non si tratta di un caso isolato. I muri di Pompei restituiscono un universo a luci rosse fatto di avvisi sul sesso a pagamento, riferimenti a pratiche specifiche, nomi di prostitute e prezzi delle prestazioni. Accanto a queste scritte compaiono anche termini affettuosi e vezzeggiativi assenti nella letteratura latina ufficiale: parole come “pupa” indicavano già allora una ragazza avvenente, una fidanzata o le prostitute attive sia di giorno che di notte. Non mancano, inoltre, insulti e invettive dettati dalla gelosia, come quelli rivolti alle presunte amanti dei mariti.
Tra le testimonianze più dure spicca la maledizione contro una certa Filemazio, incisa su una tavoletta di piombo ritrovata nel sepolcro di Marco Epidio Dioscuro. Agli dei inferi venivano affidati il volto, i capelli, l’intelletto e persino la fertilità della donna, affinché perdesse la bellezza che aveva fatto innamorare l’ex compagno. Un testo che Maria Chiara Scappaticcio, professoressa ordinaria di Lingua e letteratura latina all’Università Federico II di Napoli, ha tradotto e analizzato nel contesto di una vasta ricerca sulle iscrizioni pompeiane legate all’universo femminile.
Dallo studio emergono anche testimonianze sorprendenti, come una lirica attribuibile a una donna e rivolta a un’altra donna, prova che l’amore tra persone dello stesso sesso non era affatto raro a Pompei. Eccezionale, piuttosto, è ascoltare una voce poetica femminile in latino, considerando che l’unica autrice dell’epoca tramandata dalle fonti è Sulpicia.
Le oltre dodicimila iscrizioni rinvenute tra lupanari, domus, botteghe e sepolcri raccontano una quotidianità vivace, spesso sorprendentemente moderna. Più di ottocento sono i nomi femminili attestati sulle epigrafi, segno di una presenza attiva delle donne nella vita sociale ed economica. Alcune scritte sono scherzose, come quella lasciata da una coppia che si vanta di aver bagnato il letto di una locanda; altre hanno un tono ufficiale, come l’annuncio immobiliare di Giulia Felice, che pubblicizzava bagni, botteghe e appartamenti in affitto.
Secondo Scappaticcio, la condizione femminile nell’antica Pompei era molto più complessa di quanto si sia a lungo creduto. Le donne non potevano votare, ma partecipavano comunque alla vita politica sostenendo apertamente i candidati con scritte elettorali sui muri. Alcune, come Eumachia, finanziavano grandi opere pubbliche; altre, come Umbricia Fortunata, gestivano attività imprenditoriali di successo, lasciando il proprio nome sulle anfore di garum destinate alla distribuzione commerciale.
I graffiti di Pompei, tra oscenità, poesia, rabbia e ironia, restituiscono così il ritratto di una società viva, complessa e lontana dagli stereotipi, in cui le donne – pur tra limiti e contraddizioni – avevano voce, desideri e un ruolo ben più visibile di quanto si pensasse.

