Pillole di storia / Accade oggi…il primo numero de “La difesa della razza”

E’ il 5 agosto 1938 quando in Italia esce il primo numero del giornale – con cadenza quindicinale – “La difesa della razza”, diretto da Telesio Interlandi e stampato dalla casa editrice Tumminelli di Roma.
Fortemente voluto da Benito Mussolini, che tanto ha puntato sulla forza della carta stampata come mezzo di comunicazione di massa; egli stesso fu l’ideatore del rotocalco ed egli stesso affidò la direzione ad Interlandi, che all’epoca era già direttore del quotidiano Il Tevere.
Superiorità della razza ariana – alla quale gli italiani sarebbero appartenuti – contaminazioni biologiche, gruppi sistematici minori: questi gli argomenti sviluppati nelle varie edizioni della rivista. Teorie prive di fondamento e il più delle volte smentite in corso d’opera: uno dei flop più clamorosi è quello dei Protocolli dei Savi di Sion (un falso documentale creato dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, nel quale si esplicava una fantomatica cospirazione ebraica e massonica il cui obiettivo sarebbe stato quello di impadronirsi del mondo).

«Il razzismo ha da essere cibo di tutti e per tutti, se veramente vogliamo che in Italia ci sia, e sia viva in tutti, la coscienza della razza. Il razzismo nostro deve essere quello del sangue, che scorre nelle mie vene, che io sento rifluire in me, e posso vedere, analizzare e confrontare col sangue degli altri. Il razzismo nostro deve essere quello della carne e dei muscoli; e dello spirito, sì, ma in quanto alberga in questi determinati corpi, i quali vivono in questo determinato Paese; non di uno spirito vagolante tra le ombre incerte d’una tradizione molteplice o di un universalismo fittizio e ingannatore. Altrimenti finiremo per fare il gioco dei meticci e degli ebrei; degli ebrei che, come hanno potuto in troppi casi cambiar nome e confondersi con noi, così potranno, ancor più facilmente e senza neppure il bisogno di pratiche dispendiose e laboriose, fingere un mutamento di spirito e dirsi più italiani di noi, e simulare di esserlo, e riuscire a passare per tali. Non c’è che un attestato col quale si possa imporre l’altolà al meticciato e all’ebraismo: l’attestato del sangue».
(Giorgio Almirante, 5 maggio 1942)
La rivista “pur avendo stretta unità di concezione e di ispirazione, si divide in sezioni, quanti sono i settori nei quali il razzismo italiano condurrà la sua opera: scienza, documentazione, polemica” (in seguito sarà aggiunta una sezione legata alle domande):
• Scienza: “Noi divulgheremo qui, con l’aiuto di camerati studiosi delle varie discipline attinenti al problema, i concetti fondamentali su cui si fonda la dottrina del razzismo italiano; e dimostreremo che la scienza è con noi; perchè noi siamo con la vita, e la scienza non è che la sistemazione di concetti e di nozioni nascenti dal perenne fluire della vita dell’uomo. Anche la scienza ha la sua morale, ed è una morale umana”.
• Documentazione: “Noi faremo della documentazione; la quale ci darà modo di dimostrare quali sono le forze che si oppongono all’affermazione d’un razzismo italiano, perchè si oppongono, da chi sono mosse, che cosa valgono, come possono esser distrutte e come saranno distrutte”.
• Polemica: “E faremo, infine, della polemica. Vale a dire combatteremo contro le menzogne, le insinuazioni, le deformazioni, le falsità, le stupidità che accompagneranno questa affermazione fascista dell’orgoglio razziale, questa liberazione dell’Italia dai caratteri remissivi che le furono imposti, questa superba restituzione del suo vero volto per tanto tempo ignorato. La polemica sarà il sale nel pane della scienza, quindicinalmente spezzato”.

Una prova della diversità etnica delle due “inconciliabili razze” (ariana ed ebrea) era presentata attraverso l’uso di prospetti-dati sui vari delitti commessi nell’Europa dell’est: “gli ebrei concorrono in quota più alta” nella renitenza agli obblighi militari – Artt. 153-155 del Testo unico delle leggi sul reclutamento (Regio decreto 3 agosto 1927 n.1437) -, nella diffusione della letteratura oscena, nell’oltraggio al pudore, nell’usura (Disonestà nel credito), nella trasgressioni agli obblighi derivanti da sentenze giudiziarie, nella falsificazione di documenti, nell’offesa e nella calunnia.
A supporto di tali affermazioni fu “usata” beceramente anche la storia:
• “Interessanti sono, a questo riguardo, le grotte di Minateda, presso Albacete, nella “Spagna; e quelle di dicane località dell’Africa del Sud, abitate nei tempi antichissimi dai Boscimani.
Le figure umane effigiate sulle pareti di tali grotte hanno le stesse caratteristiche fisiche quando il soggetto della pittura è pacifico, ma se si tratta di scene guerresche, i tipi fisici dei due partiti si differenziano nettamente; il che dimostra che le diversità razziali suscitavano una profonda impressione nelle rozze menti dei primitivi”.
• “La civiltà egiziana ci offre una documentazione assai più completa. Celebri le pitture del tempio di Abido, edificato sotto la 19° dinastia, cioè 1300 anni avanti Cristo: esse raffigurano alcuni tipi razziali ben differenziati, anche per il colore. Nelle pitture che ornano la tomba d: Menoptah I si sono rilevati ben 12 tipi razziali”.
• “Le prime testimonianze scritto sull’esistenza di una nozione di razza ci sono fornite dalla Bibbia. Nel libro della «Genesi», ove si parla di Eva e del serpente, è detto: «Farò nascere l’odio fra te e la donna, fra la tua razza e la sua razza», termine ebraico qui usato è «Zera», che significa propriamente semenza. Sempre nel libro della «Genesi», si parla di razza a proposito della storia dell’arca di Noè; e si usano i termini di «bassar» (che vuol dire carne) e di «leminah» (che significa genere o specie). Ancor più preciso! è la definizione di razza che, nello stesso libro, vien data a proposito dei figli di Noè. Il termine usato è questa volta «iey», che la Vulgata traduce «insulae gentium»; le razze vengo no qui infatti considerate come isole disseminate sulla terra. Nasce così il concetto di segregazione razzista, importantissimo per comprendere la storia degli ebrei”.
Un susseguirsi di rozzi riferimenti che propugnavano un razzismo biologico ( teoria fissata nel Manifesto degli scienziati razzisti), vale a dire una visione gerarchica dell’umanità divisa in gruppi in base a quello che veniva definito “un criterio naturalistico”, per cui per esempio – si legge a firma di Guido Landra, assistente di antropologia alla regia Università di Roma – “l’uomo che appartiene a una razza creatrice di una grande civiltà, ha in se stesso, nel proprio plasma e nel proprio germe, dei tesori immensi. Questi tesori mancano e mancheranno sempre a uomini di altra razza, anche se per ragioni contingenti parlassero la stessa lingua, professassero la stessa religione ed avessero la stessa nazionalità”.
Nei primi anni, il periodico ebbe una tiratura altissima, oscillante tra le 140 e le 150 000 copie mensili. Diffusione facilitata dall’intervento personale del ministro Giuseppe Bottai, che nella sua qualità di responsabile dell’Educazione nazionale, obbligò tutte le biblioteche scolastiche ed universitarie ad abbonarsi: “A sua volta, la gioventù studiosa, affidata alle Vostre cure, inquadrata nei Guf [Gruppi universitari fascisti – n.d.r.] e temprata nelle competizioni littoriali che tendono a renderne saldo lo spirito e il corpo, rappresenterà l’elemento più idoneo a comprendere l’alto valore etico e biologico di questa decisa presa di posizione del Fascismo. E’, pertanto, mio intendimento che il periodico La difesa della razza, l’organo di maggiore importanza del movimento, sia oggetto, da parte dei docenti e dei discenti, del più vivo interesse. Ogni biblioteca universitaria dovrà esserne provvista e i docenti dovranno leggerlo, consultarlo, commentarlo per assimilarne lo spirito che lo informa, per farsene i propagatori e i divulgatori. Anche in questo campo gli Atenei, ne sono certo, saranno in linea e concorreranno al raggiungimento di quelle mete che il Regime si prefigge di conseguire a salvaguardia del genio della razza.
Gradirò assicurazione e notizia dei provvedimenti adottati”.
(V. Pisanty, La difesa della razza. Antologia 1938-1943, Milano, Bompiani, 2006, pp. 26-27).
“Noi crediamo che l’Ebreo, sotto la crosta dell’uomo contemporaneo e magari con intendimenti avveniristi, sia rimasto sostanzialmente un primitivo asiatico. Come primitivo e come asiatico ebbe il gran bene d’intuire l’unicità divina e, d’altra parte, la divina Mens, per insondabile disegno, si pose a più diretto contatto con lui. Ma purtroppo residuarono vigorose le altre tendenze dell’anima primitiva. Esse finirono col perderlo.

Vediamone alcune: a) Nomadismo, e quindi insofferenza delle gerarchie, repulsione congenita all’idea statale (anche se gli ebrei abbiano avuto monarchi non ingloriosi) e poi scarso attaccamento alla terra e, per converso, maggiore attitudine agli scambi (bada però che il nomadismo ebraico ha poco simpatizzato col mare, che fu invece la passione di un altro popolo semitico: i Fenici); b) Spirito pratico che vuole ad ogni costo l’attuazione dei propri disegni e che precipita in un utilitarismo senza scrupoli e va fino alla pericolosa ingenuità di tramutare la rivelazione divina in un patto con l’Eterno escludente ogni altra razza. Donde un’insaziata avidità che fa escogitare le più ingegnose forme di commercio e che degenera nell’usura (qui gli ebrei toccano il vertice, giacché s’impongono agli altri Semiti); c) Superstiziosità raffinata, intellettualistica che determina lo snervante ritualismo (degenerazione cultuale) ed ispira combinazioni astruse; d) Potente facoltà assimilatrice che conduce ad imitazioni di varie forme di civiltà. Bisogna tuttavia distinguere questo processo dall’analogo della civiltà di Roma. In quest’ultima si ha un organico assorbimento amalgamato da un potentissimo reagente che ne trae nuovi valori. Nel giudaismo si forma invece una crosta più o meno greve attorno allo spirito, il quale spesso riesce ad orientarsi in un senso o nell’altro, ma non a disintegrare. Questi successivi mimetismi finiscono tuttavia con arricchire l’anima giudaica di multiple quanto dannose esperienze; e) Pratica endogamica rigorosa che cementa la Razza, la estrania e la rende intimamente ostile alle altre; f) Sensualismo che, sotto la ferrea costrizione religiosa, va a beneficio della più vasta famiglia di tipo patriarcale; ma che, perduto questo vincolo salutare, diventa corruzione ed accede all’immoralità dei principi comunisti ed alla follia della limitazione delle nascite; g) Concezione tragica della vita per il contrasto fra le dure necessità dell’oggi, ed una utopistica indefinita giustizia sociale del domani raggiunta senza imporsi una disciplina, senza piegarsi ad una qualsiasi autorità. E quindi aspirazioni rivoluzionarie, diffidenza, vittimismo, genio dell’imprecazione, spirito corrosivo e via dicendo.

Questi orientamenti psicologici hanno reso eterogenea la razza ebraica in seno agli altri popoli; specie a partire dalla Dispersione. L’Ebraismo post-biblico ha progredito nei difetti ed ha perduto molto delle antiche virtù; l’età moderna (dalla Rivoluzione francese in poi) ha dovuto assistere al suo crollo morale e religioso. Sono quindi logiche le misure difensive prese dalle nazioni conscie del pericolo che il Giudaismo rappresenta”.

(C. Cecchelli, La questione ebraica e il sionismo, Roma, Istituto Nazionale di Cultura Fascista, 1939-XVII E. F., pp. 51-52).

Oggi, come allora, “siamo noi a decidere chi è ebreo e chi no”.

Antonietta Della Femina