Pagani’s got talent: memoria corta tra toselli e tammorre contaminati durante la festa della Madonna delle galline   

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Villa Comunale

Nel 2001 si sollevò una protesta capeggiata da Peppe ‘a Susanna, Gerardo Sinatore, Giuseppe Corsini, Luigi Montoro e Mimi ‘o maoista per abbattere il mercimonio concertistico in Villa Comunale. Cosa è cambiato? Ora si aggiunge il tosello-ristorante.  

Di Marco Visconti

Anche quest’anno, la villa comunale di Pagani è occupata da un tosello ibrido e da concerti folkloristici che nulla hanno a che vedere con la devozione popolare. Un tempo luogo verde e accogliente per i forestieri e i contadini della Valle del Sarno, oggi è diventata palcoscenico di spettacoli amplificati, lontani dallo spirito originario della festa della Madonna delle Galline. Certo, la “rivoluzione del mercimonio” non nasce ora, ma si è insinuato nel tempo fungendo da parassita ubicato in un organismo profano che profumava di genuinità. Ovviamente, non è solo la villa a essere snaturata, d’altronde, dopolavoro c’è bisogno di rifocillarsi con un tosello al Palazzo San Carlo.

Più in generale, la città intera pullulerà di toselli in occasione della festa della Madonna delle galline che, più che luoghi di culto e accoglienza, sembrano stand gastronomici. Tuttavia, c’è da dire una cosa, si festeggerà con “sobrietà“, quindi meno bicchieri di vino per tutti, almeno queste sono state le sollecitazioni prese tra il Comune di Pagani e l’arciconfraternita della Madonna delle galline, a seguito delle azioni da intraprendere in merito alla dipartita del Santo Padre. Dunque, ristorazione camuffata da tradizione: poveri cuochi si ingegnano a proporre carciofi, tagliolini, salumi e un bicchiere di vino sotto l’etichetta di “piatti tipici”, mentre i controlli restano blandi. Perché, si sa, durante la festa “non si tocca nessuno”: bisogna pur fare cassa, oggi come oggi.  Ma la differenza tra ieri e oggi è lampante. Il tosello in origine era costituito da edicola votiva decorata con baldacchini e offerte alla Madonna, luogo di preghiera e convivio gratuito, Gioacchino Moscariello e Franco Tiano custodivano l’arte nella realizzazione del tosello.

Poesia di Franco Russo, molto sensibile alla causa delle “Tammorre Contaminate”.

Il tosello di Tiano divenne famoso, dopo che invitò i suoi colleghi artisti di Napoli e fu rilanciato, durante la festa, da Sinatore, Raimondo Ferrajoli, Ciccio Buonfiglio e Ludovico Mandiello. Sulla falsariga del tosello autentico, si sono mossi anche altri: tosello do Sciuraio di L.Mandiello, tosello dell’Addolorata, tosello Casa e l’Ara, tosello di Franco Tiano, tosello Mimì ‘o maoista, tosello ‘a Tuppona, tosello do Cartuccia, tosello sott Campanella, tosello a Giacchino di Mimmo Carrara, tosello di Virginia Aiello di Lorenzo De Feo, tosello do Giachello. Ora, molti toselli recenti e nuovi, sono mini-ristoranti a cielo aperto, dove si vende ciò che prima si donava e il quadro della madonna diventa oggetto di decoro.

L’unico polmone verde del paese, ormai cementificato dal grigiore dei palazzi, diventa anche questo, area ristoro e concertistica. Luogo, questo, ora d’appannaggio di un consigliere comunale che, di recente, ha fatto il salto della quaglia in maggioranza. Già nel 2001 si sollevò una protesta forte contro la spettacolarizzazione della festa. L’associazione Suoni Fedeli, composta da Franco Tiano, Peppe ‘a Susanna, Giuseppe Corsini, Luigi Montoro, Massimo De Maio, Gerardo Sinatore, Giuseppe Marrazzo, Luciano Luciani, Carmela Giordano e Francesco Buonfiglio, insorse contro la decisione dell’amministrazione comunale, allora guidata dal sindaco Antonio Donato, di organizzare il “Festival Internazionale di Musica e Tradizioni Popolari” proprio nella villa comunale. La contestazione non era contro la musica, ma contro il palco: simbolo di un intrattenimento che sostituisce la spontaneità, la danza a terra, i cerchi descritti da Roberto De Simone, che avvenivano naturalmente tra gli alberi della villa.

Il confronto acceso tra Carmine Califano, delegato dell’assessore alla cultura Lella D’Arco, e Gerardo Sinatore fu solo il culmine di un malcontento che esplose in azioni simboliche. Volantini distribuiti tra i prati e lo slogan “Stop alla tammorra contaminata” divennero il segno di una battaglia culturale: si voleva difendere la verità di una tradizione millenaria dalla contaminazione dello spettacolo a pagamento. In quella stessa villa, il 20 aprile 2001, mentre si esibivano artisti sul palco, i veri tammurriatori:  Orazio De Rosa, Enza Pagliara, Antonio Matrone detto “‘o Lione”, Davide Conte, Bizio, Gianni Rollin, Gabriele D’Aiello, e lo “sciamano” Marcello Colasurdo continuarono a suonare e ballare per terra, lontani dai riflettori. Ed è in quell’intimità che il rito ha conservato la sua potenza. Lì, nella notte, davanti alla Madonna allestita da Franco Tiano, mentre Colasurdo offriva la sua “fronna” come atto d’amore e di fede, si percepiva lo spirito originario di questa festa: popolare, devozionale, viscerale. Oggi, invece, i cerchi si vedono meno. Crescono i concerti pagati, i ballerini improvvisati, i giovani più attratti dall’apparire che dal sentire. È un fenomeno che andrebbe osservato, ma soprattutto ascoltato. Perché una festa che non si ascolta più rischia di diventare solo rumore. La memoria corta ci fa dimenticare che la vera festa non ha bisogno di palco. Ha bisogno di fede, di carne viva, di mani ferite dai tamburi, di occhi lucidi davanti a una Madonna che viene dal fango e risale tra le galline. Ha bisogno di silenzio, di attesa, di canto spontaneo. E di Toselli veri, dove si entra per dire una preghiera, non per ordinare un piatto tipico.