Una storia di sesso e ricatti, finita nel peggiore dei modi per un farmacista, costretto per un periodo di tempo a sborsare migliaia di euro dietro minacce per saldare un debito non suo e pagare le cure a un figlio, che in realtà non era mai nato. Si è chiusa con tre rinvii a giudizio la vicenda denunciata dal 2012 da un commerciante di Pagani, nei confronti di quattro persone, tra le quali c’era anche la sua compagna, una brasiliana. Due giorni fa, il gup del tribunale di Nocera Inferiore, Paolo Valiante, ha disposto il processo per tre persone (la posizione della quarta, per un difetto di notifica, sarà trattata più in la) con le accuse di estorsione in concorso e truffa. Due ragazze brasiliane e un italiano. Il prossimo 23 febbraio, davanti al collegio giudicante, compariranno Flavia Kelly Correa, Maria Edjane Da Silva e Fabio Memoli. Le indagini furono condotte dai carabinieri della sezione di p.g. del luogotenente Alberto Mancusi. Al centro dell’inchiesta i raggiri che Da Silva avrebbe architettato, insieme a due connazionali e ad un italiano, per spillare soldi alla vittima, un commerciante con il quale intratteneva una relazione. In un primo episodio, la ragazza ottenne dall’uomo 100mila euro, paventando ritorsioni fisiche a suo danno se non avesse saldato un prestito che aveva con un “pericoloso usuraio”.
Nel secondo, invece, al raggiro partecipò tutto il gruppo. La straniera riferì di aver partorito un bambino, nato proprio dalla relazione con quell’uomo. Ma che a causa di una malformazione genetica, era stata costretta a tornare in Brasile dove avrebbe appreso della necessità di cure molto costose. In realtà, la donna non era mai partita, ma dal farmacista riuscì ad ottenere 350.000 euro. Gli altri imputati, in questo caso, avrebbero contattato l’uomo più volte per rendere la storia credibile e mettendo a disposizione dei conti correnti per il trasferimento dei soldi. I quattro provarono anche una nuova estorsione, questa volta di 200.000 euro dietro la minaccia di ritorsioni fisiche. L’uomo, difeso dal legale Carlo De Martino, stufo di quel tritacarne denunciò la cosa ai carabinieri, raccontando fatti e facendo nomi. A indagini concluse, i protagonisti della vicenda finirono in carcere. Ora sono attesi dal processo

