Volevano il «Regalo di Natale». Un «pizzo natalizio» per aiutare «gli amici detenuti di giù alla Lamia». Con l’accusa di tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso sono stati condannati ieri Alfonso Pepe e Francesco Desiderio. I giudici hanno emesso sentenza di condanna a 4 anni di reclusione per il primo e di 2 anni e 9 mesi per il secondo. Ieri mattina, presso l’aula collegiale del tribunale di Nocera Inferiore, la fine in primo grado del processo che vedeva imputati i due giovani ritenuti vicini al clan Fezza. Secondo le indagini condotte dall’allora tenente dei carabinieri Marco Beraldo, i due nel dicembre 2011 si sarebbero recati da due commercianti chiedendo un “regalo di Natale” da destinare ai “compagni detenuti e vasc a Lamia”. Per l’Antimafia, avrebbero agito «a titolo di camorra» per conto del clan Fezza – D’Auria. Il pm della Dda, Vincenzo Montemurro, nel corso della sua requisitoria aveva chiesto condanne più alte (6 anni per Pepe e 5 per Desiderio), sottolineando il loro fare «spavaldo» e «minaccioso», «riconducibile a quelli tipici di affiliati ad un gruppo camorristico». I due non avrebbero tuttavia agito da soli. Seppur mai identificati, la pubblica accusa ha contestato per entrambi il 416 bis, in virtù dell’esistenza di altri “esecutori” e “mandanti” che avrebbero gestito quel “mercato delle estorsioni” nella città di Pagani per conto del clan della Lamia
Le richieste estorsive tuttavia non andarono in porto, oltre che per il rifiuto dei due commercianti, anche per l’intervento dei carabinieri che con l’operazione “Coraggio”, arrestarono i due paganesi a distanza di un mese, riempiendo una ricca informativa con dichiarazioni e riscontri utili alla fase investigativa. La difesa, rappresentata dagli avvocati Bonaventura Carrara e Giovanni Pentangelo, aveva invece chiesto la caduta dell’articolo 7, limitando la condotta ad un tentativo di estorsione non riconducibile ad un sodalizio criminale, «al momento non esistente neanche in ambito giuridico».
La difesa è ritornata anche sul contenuto verbalizzato dalle vittime, di diverso tenore rispetto a quanto prospettato dall’accusa. Ricordando anche l’assenza di qualsiasi atto ritorsivo, nelle settimane a venire, nonostante il rifiuto dei due commercianti a pagare quel “pizzo”. Circostanze, queste, che avrebbero testimoniato ancor di più l’estraneità di Pepe e Desiderio ad un sodalizio criminale. Lo stesso Pepe, poco prima dell’udienza, ha rilasciato dichiarazioni spontanee, specificando di aver “commesso una bravata” all’epoca dei fatti. Le motivazioni dei giudici, che hanno condannato i due anche con l’aggravante del metodo mafioso, saranno depositate entro novanta giorni.

