Pagani è un paese di baby gang? Uno sguardo critico tra cronaca, definizioni e responsabilità

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di Marco Visconti

Negli ultimi giorni, a Pagani, alcune voci politiche, tra cui quella del sindaco, hanno sollevato l’allarme sulla possibile presenza di “baby gang” in città. La miccia è stata accesa da un episodio di aggressione avvenuto nei pressi di via Angelo Mammì, nei dintorni del Palazzurro. Ma è davvero corretto parlare di baby gang?

L’episodio che ha fatto discutere, come segnalato da un cittadino, riguarda una lite scoppiata per una donna che correva ad alta velocità con la sua Smart. I litiganti, sono maggiorenni, il litigio si è consumato in quello spazio. Poi, stando a quanto raccontato da un altro cittadino, ci sarebbe stata una recente lite, i cui protagonisti sono diversi, che sarebbe iniziata al Palazzurro e poi si sarebbe spostata nei pressi dell’Arena Pignataro, dove l’uomo, anche lui maggiorenne, si sarebbe rifugiato in un esercizio commerciale per sfuggire all’aggressione di cui non si conosce il motivo. Nessun elemento, al momento, suggerisce l’esistenza di un gruppo strutturato o criminale. Di fatto, non ci troviamo di fronte a un’organizzazione giovanile violenta e reiterata nei comportamenti tale da configurarsi come una vera “baby gang”.

Per capire meglio, è utile rifarsi alla definizione fornita da Openpolis: si parla di baby gang quando si ha a che fare con “gruppi con profili diversi, composti in prevalenza da giovani di 15-17 anni, privi di un’organizzazione strutturata, che compiono azioni violente spesso senza moventi specifici, espressioni di un disagio derivante da mancata inclusione o assenza di modelli di riferimento familiari, più che da una vera e propria volontà criminogena”.

In questo senso, il caso di via Mammì sembra lontano da tali dinamiche. Non si parla di gruppi con una continuità d’azione, né di minori costantemente coinvolti in atti di violenza gratuita. Eppure, è vero che negli ultimi tempi si sono registrate anche altre segnalazioni, come un episodio vandalico in Piazza Sant’Alfonso, ma senza elementi che indichino una matrice comune. Il rischio, allora, è quello di una narrazione che tende a generalizzare e a criminalizzare indistintamente la popolazione giovanile. Non è la prima volta che a Pagani si discute di sicurezza giovanile. Anni fa, un sindaco facente funzione sollecitò la Prefettura in merito ad azioni vandaliche commesse da ragazzi, richiedendo un intervento delle forze dell’ordine. Da qui nasce una domanda cruciale: la politica, di fronte a segnali di disagio giovanile, deve rispondere solo con repressione?

A dare ulteriore profondità al tema è l’intervento del saggista paganese Isaia Sales, autore del libro Teneri assassini. Il mondo delle baby gang. Nel suo studio, Sales analizza il fenomeno nel contesto napoletano, dove la questione assume tratti più drammatici: “radicalizzazione” di giovanissimi, recidiva criminale, mancanza di prospettive e la ricerca di visibilità violenta come unica forma di affermazione. Il suo è un viaggio storico e culturale che lega il disagio minorile alle trasformazioni urbane e alle fragilità di un tessuto sociale incapace di assorbire la marginalità.

Testo di Isaia Sales.

Sales sottolinea come, a Napoli, la criminalità giovanile non sia separabile da quella adulta, ma ne costituisca un continuum sociale. L’ossessione per la “rinomanza”, cioè per il farsi un nome nel proprio ambiente, è il motore che spinge alcuni ragazzi a superare con la violenza le tappe della crescita: umiliare, ferire, uccidere per diventare “qualcuno”. Una dinamica che, fortunatamente, non trova pieno riscontro nei fatti accaduti a Pagani.

Anche Transcrime, centro di ricerca dell’Università Cattolica, ricorda che il concetto di gang giovanile varia da contesto a contesto. In Italia si distinguono quattro categorie: da gruppi senza struttura dediti ad atti devianti fino a veri sodalizi ispirati a organizzazioni criminali italiane o estere. È quindi necessaria cautela: definire come “baby gang” comportamenti episodici o non criminalmente rilevanti rischia di banalizzare un fenomeno che, quando è reale, è ben più grave e sistemico.

In conclusione, parlare oggi di “baby gang” a Pagani pare una forzatura. È giusto interrogarsi sugli episodi di disagio e su eventuali segnali d’allarme, ma senza creare panico o alimentare campagne securitarie che rischiano di isolare ulteriormente i giovani. Se esistono problematiche legate a comportamenti giovanili devianti, la risposta non può essere solo repressiva, ma educativa, sociale e culturale. Prima di etichettare, serve ascoltare, capire, intervenire. Con intelligenza e responsabilità.