Pagani, condannati per le armi da guerra in garage: “Ma non erano un clan”

«Sono documentati contatti osservati, fotografati e intercettati per procurarsi armi. Ma quelle sequestrate non possono stimarsi quali strumenti per commettere fatti delittuosi imminenti o specifici. Il gruppo si incontrò nel luogo del sequestro. Le armi e i reperti furono toccati, usati e indossati da ciascuno degli imputati». E’ con queste motivazioni – ora depositate dal tribunale – che i giudici del collegio del presidente Domenico Diograzia avevano condannato alla fine del 2017, con l’accusa di detenzione di armi, cinque persone di Pagani. Escludendo l’associazione camorristica e il fatto che quelle armi fossero state utilizzate per commettere rapine. Il blitz con tanto di arresto dei Ros scattò a gennaio 2012, con la scoperta in un garage di un arsenale di armi d’assalto nel parco Sonia, a Pagani.

A finire sotto sequestro anche maschere, sottocaschi, targhe clonate, passamontagna, auto rubate, oltre che munizioni. Elementi che insieme ai rilievi del Ris concretizzarono poi, in dibattimento, almeno una delle accuse. Non ha retto invece l’accusa di associazione di stampo mafioso, come sostenuto dalla Dda: «Non ci sono elementi che dimostrino la sussistenza di un gruppo camorristico, e lo scenario esula da un contesto camorristico. Gli imputati non erano un gruppo “costola” rispetto ad una organizzazione madre. Emerge al più la dedizione di personaggi ad uno specifico settore di interesse criminale per fini di lucro». L’inchiesta era partita dopo un colpo nel 2011 alla galleria Seminario a Pontecagnano. Rapina che, insieme ad altre, restò senza responsabili. Le dichiarazioni di alcune persone sentite dai Ros avevano poi portato all’individuazione del gruppo paganese.